di Andrea Brugora, Massimo Tiberi, Luigi Scandroglio Anelli

 

In questi giorni sono state numerose le analisi, più o meno valide, e i commenti, spesso tutto fuorché validi, su tutti gli aspetti (cause, implicazioni, scenari futuri, responsabilità) del referendum sulla Brexit. Non compete certo a un gruppo di giovani non specializzati fare analisi dettagliate e di settore. Può invece essere utile che un gruppo di giovani teste pensanti che punta a insinuare nei propri coetanei la capacità critica individuale e collettiva offra un punto di vista originale su una questione così dibattuta. A nostro avviso molte delle opinioni circolate sono solo opinioni e offendono la nostra intelligenza. Occorre usare il miglior strumento che abbiamo per difenderci da tutto questo: il cervello.

 

1. PARS DESTRUENS: NON E’ VERO CHE CHI HA VOTATO PER USCIRE HA SBAGLIATO

Con questo mirabile strumento che riceviamo in dotazione dalla nascita possiamo prima di tutto capire che alcune statistiche circolate in questi giorni sono poco affidabili. Facciamo qualche esempio: alcune indagini hanno cercato di profilare i favorevoli al “REMAIN” e al “LEAVE”, e hanno trovato che tendenzialmente i più istruiti e i più giovani risultavano più inclini a restare nell’Unione Europea. I dati sul voto hanno invece rivelato che nell’area metropolitana di Londra, in Scozia e in Irlanda del Nord è prevalso il REMAIN, mentre nel resto dell’Inghilterra e del Galles la maggioranza ha preferito lasciare l’UE.

C’è una grande differenza tra i primi e i secondi dati: i primi provengono da un campione, i secondi dall’esito del voto. I primi dipendono dalla accuratezza dell’indagine, i secondi sono sicuri. I primi cercano di rappresentare l’interezza della popolazione, i secondi rappresentano efficacemente la scelta di tutti e solo quelli che sono andati a votare. I primi sono soggetti ad errore, i secondi no.

E’ verosimile, ma non sicuro, che in generale la maggioranza dei giovani (non tutti!)  preferissero restare nell’UE. Lo stesso vale per la maggioranza delle persone istruite. Ma per esserne sicuri dobbiamo andare a vedere come sono stati raccolti questi dati: se ad esempio fossero stati raccolti nella sola zona di Londra sarebbero falsati, come si dice in gergo tecnico “biased”.

Nella diatriba tra giovani e vecchi c’è un’altra variabile importante: l’affluenza. Come ha evidenziato Enrico Letta in un suo tweet l’affluenza tra i giovani (fascia 18-24 anni) è stata del 36%, mentre tra gli over 65 è stata dell’83%: insomma, tra i giovani ha vinto l’indifferenza. Se tra le poche migliaia di intervistati dall’indagine i giovani hanno risposto di voler rimanere, nella realtà di tutto il Regno Unito è emerso un forte disinteresse dei giovani per la politica, forse frutto stesso del sentimento di non essere rappresentati da istituzioni lontane e di essere inermi soggetti passivi di una Orwelliana società lontana.

E poi, se anche fosse stata una vittoria dei vecchi contro i giovani, si può forse dire con un giudizio affrettato che i giovani fossero dalla parte della ragione? Forse gli anziani non vanno visti come beceri conservatori ma come i depositari dei valori della nazione, se non altro sicuramente di quello di andare a votare e di essere soggetti attivi della società.

La questione istruiti-capre è più complessa. Anche in questo caso, possiamo essere sicuri che il torto stia dalla parte delle persone meno istruite? La risposta breve è: no. E’ possibile, ad esempio, che le persone più istruite votino più sulla base di propri ideali, mentre le meno istruite basandosi più sulla propria esperienza concreta. Se una persona poco istruita avesse votato “LEAVE” perché non riesce a trovare lavoro anche a causa della grande quantità di immigrati più o meno irregolari arrivati dall’UE, potremmo noi arrogarci la pretesa di dire che ha torto?

Se pensiamo in questi termini, anche la questione città-campagna ci appare in modo diverso: forse semplicemente chi è più toccato dai problemi relativi all’UE (chi sta fuori da Londra, chi è meno istruito) ha votato per uscirne, chi è meno toccato (chi vive a Londra, chi è più istruito) naturalmente ha votato a favore. Sparisce la favola della ragione e del torto, si apre la prospettiva di capire che esistono legittimi interessi contrapposti.

C’è stato anche chi ha detto che questo referendum ha dimostrato il fallimento della democrazia diretta e che il popolo non sappia esprimersi adeguatamente su questione tecniche e macroeconomiche.

La prima affermazione presuppone che noi sappiamo da che parte stia la ragione e, come abbiamo detto, questo è qualcosa che non possiamo garantire. Pretendere di sapere dove stanno ragione e torto è proprio di una mentalità dittatoriale, non democratica. Inoltre, la sovranità di questa scelta spetta ai britannici, non ai nostri amici commentatori che probabilmente sanno molto poco di quello che succede oltre manica.

Che non tutti debbano essere chiamati a dire la propria su questioni tecniche potrebbe invece essere vero: la democrazia diretta ha dei limiti, e infatti la nostra costituzione italiana la limita sapientemente. E’ altrettanto vero però che in questo caso non erano in gioco solo ragioni tecnico-economiche: il voto è stato più in merito alla propria identità che al portafoglio.

Per farla breve, ripuliamoci la mente da tutti quei commenti frettolosi che abbiamo visto in questi giorni. E a mente pulita, riflettiamo.

 

2. PARS REFLEXIVA: BREXIT, UN AFFARE TIPICAMENTE BRITISH

Si può definire la Brexit un evento imprevisto e imprevedibile, riprendendo la definizione di “Cigno Nero” così come descritta nei saggi di Tahleb? Forse sì, ma i cigni neri non giungono inaspettati a chi sa leggerne i segnali premonitori.

L’Inghilterra, in parte orfana dell’Era vittoriana, Imperialista e innovatrice, e del suo ruolo di primaria piazza di scambi commerciali e di “principale esportatore mondiale di liberismo economico”, oggi è afflitta da un rigido classismo. Il commercio di beni reali e le industrie sono stati sostituiti dall’economia dei servizi, dall’economia digitale o dalla finanza, e tutto nel giro di pochi decenni.

In questo contesto, non si può trascurare anche la peculiarità del popolo in questione: gli inglesi. Gli inglesi sono quelli del Commonwealth, orgogliosi nelle loro case poco rifinite, senza bidet. Gli inglesi che non hanno aderito alla FIFA perché il loro calcio era troppo puro per misurarsi con altri avversari del mondo. Gli inglesi isolani, l’isola che ha sempre resistito a qualunque tentativo di conquista da altre nazioni europee. Gli inglesi che guidano a sinistra, che mobilitarono intere flotte per un pugno di isole dall’altra parte del globo.

Gli Inglesi non vanno provocati, giudicati o prevaricati per le loro questioni, nella loro isola. Siamo popoli europei, la nostra storia ci caratterizza, e dai tempi dello scisma anglicano, è evidente che ogni inglese non ci penserebbe due volte se avesse la possibilità di ricordare a tutti che loro sono loro, e faranno sempre e comunque di testa loro. Noi per loro siamo poco più di un continente con cui fare scambi commerciali. Scambi commerciali in pace e amicizia, ma noi siamo noi, loro, la patria del Beat e del Punk, sono un’altra cosa. Prima del voto, sapendo chi sono gli inglesi, eravamo davvero così sicuri che sarebbero rimasti nell’UE?

A queste premesse che rendevano forse imprevedibile ma non certo improbabile la Brexit, si può rilevare anche nei giorni della campagna referendaria un atteggiamento imprudente e poco mite tanto dalle istituzioni inglesi quanto da quelle europee, con media e mercati finanziari che nell’era di internet e della tecno-finanza agiscono in un quadro sostanzialmente sregolato. Ecco tre elementi che avrebbero potuto destare qualche dubbio prima del voto:

  • L’eccessiva differenza tra il profilo tenuto da Cameron e Corbyn nella gestione della campagna elettorale, con un premier fin troppo meticoloso nel promuovere il REMAIN che, tuttavia, non ha visto un appoggio univoco e di pari vigore dall’opposizione. Probabilmente, coordinando bene le risorse e gli sforzi, si sarebbe potuto convincere più cittadini, e in maniera capillare.
  • I media hanno soffiato sul fuoco, con un bombardamento quotidiano sugli effetti di un’eventuale uscita dalla UE. La vicenda dell’uccisione della Parlamentare è stata oltremodo strumentalizzata per una inutile retorica buoni=remain, violenti e estremisti=exit.
  • Juncker si è mostrato poco diplomatico e, a tratti, con toni di sfida. La sua responsabilità in questa vicenda è grande.

 Insomma, il cigno nero aveva lasciato qualche piuma prima di apparire.

 

3. PARS COSTRUENS: NE’ MENO NE’ PIU’ EUROPA, MA UN’EUROPA MIGLIORE

Non ci piace neppure accodarci a chi canta vittoria per la Brexit. Nel complesso non è una buona notizia, sebbene alcuni mettano l’accento sui possibili (presunti) vantaggi per l’Italia, e per l’Europa continentale.

Per l’Inghilterra, grande grazie alla finanza internazionale ed al commercio transoceanico, sarà sicuramente un duro colpo; i quartieri generali di molte banche e imprese stanno già pensando di spostarsi dai moderni edifici di Londra ai loro omologhi a Francoforte, Parigi e Milano, ma il cambiamento non è scontato e non avverrà in un giorno.

Ma anche per noi, il progetto dell’unità europea valeva senza dubbio di più, e qualche giorno fa ne è uscita una pedina importante.

La nostra idea è che non si debba né esultare né disperarsi, ma reagire. Il primo passo per risolvere un problema è prenderne coscienza. Il problema europeo esiste, se Brexit ci ha aiutato a prenderne coscienza ora occorre reagire.

Il segnale è chiaro: il Regno Unito non si sente rappresentato in questa Europa, ed è disposto a rinunciare a molti vantaggi economici pur di dimostrare che questa Europa, così com’è, non ci fa sentire europei. Per giungere all’integrazione ogni nazione deve fare i propri sacrifici, ma se il veicolo di integrazione è il livellare qualsiasi identità nazionale e disgregarne la società locale allora è normale che l’individuo non si senta più rappresentato.

Il referendum sulla Brexit ha costretto il Regno Unito e l’Europa intera a porsi la domanda “Chi siamo?”. L’Europa, oltre ad essere Unione, mercato unico e direttive da Bruxelles è anche identità e il referendum inglese va letto come qualcosa di più che un bilancio fra bonus e malus per il PIL.

Se l’uscita del Regno Unito (o dell’Inghilterra e Galles, chi vivrà vedrà..) risveglia qualcosa tra i leader nazionali e di Bruxelles e tra i popoli europei, forse potrebbe assumere un significato diverso.

Un primo allarme, ad essere onesti, era giunto dalla Grecia. Questa volta invece ce lo dicono quelli nati parlando la lingua che è diventata la lingua Europea, il paese più produttivo dell’Eurozona, che da un’uscita avrebbero conseguenze non indifferenti. Che altri segnali sta aspettando chi guida questa Unione?

In questi giorni di negoziati i “leader” europei, imbarazzati dalla situazione, hanno smesso di parlare di più Europa, e hanno iniziato a parlare di una Europa migliore. Per noi è un primo passo nella buona direzione: forse hanno preso coscienza del problema.

Il secondo passo potrebbe essere ripartire dagli ideali (cosa ci unisce?), e dimenticare per un po’ la dimensione delle vongole e la curvatura delle banane. Si dovrebbe sostituire all’Unione Europea delle sovrastrutture e dell’annullamento delle singole identità locali (sociali, economiche, culturali, politiche) quella Europa dei popoli che sognavano i padri fondatori, da Adenauer a De Gasperi, a Schumann. E forse recuperare un po’ di quel federalismo che aveva in mente Altiero Spinelli richiuso a Ventotene, al posto di quello scetticismo alla Monnet di andare per pezzi che è stato estremizzato negli anni lasciando l’unione politica troppo indietro e dando troppo spazio alla tecnocrazia e alla burocrazia.

Il terzo passo potrebbe essere chiedersi su cosa costruiamo? e con quali accordi? Va sempre bene essere guidati dagli ideali, ma se poi nel concreto prevalgono sempre gli interessi di alcuni (nell’ordine di Germania e Francia, per non fare nomi) si mina alla base la costruzione che punta ai grandi ideali. Casi come quello dei laghi del Lazio, che risultano più inquinati di quelli Svedesi per come sono stati definiti i parametri, anche se lo sono di meno, dovrebbero sparire o almeno diventare più rari.

Il quarto passo sarebbe l’affermazione di leader in grado di diffondere questa visione e di generare e mobilitare il cambiamento. Di una cosa siamo certi oggi: i leader europei, indistintamente da Juncker a Angela Merkel, da Hollande a Cameron non si sono dimostrati all’altezza del loro compito. Quel poco che si è fatto, l’ha fatto Mario Draghi con le mani semi-legate. Ci servono leader di alti tempi e statura che guardino, come diceva De Gasperi, “alle prossime generazioni, non alle prossime elezioni”.

Dal quinto passo in avanti sarebbe poi tutto più facile. In questa chiusura ci siamo permessi di sognare un po’, ma speriamo che qualcuno in Europa ci prenderà sul serio.