di Andrea Brugora e Elena Capodicasa

expo

Quando il 24 marzo ci siamo trovati a parlare insieme di Expo a un mese dall’apertura Davide Rampello lo aveva detto chiaramente: “L’eredità di Expo sarà soprattutto immateriale” (leggi il nostro precedente articolo).

I risultati materiali non sono certo mancati: per citare qualche numero la storia del successo Italiano che risponde al nome di “Expo Milano 2015” ha riunito sul tema centrale della nutrizione, in un’area espositiva di 1,1 milioni di metri quadri, più di 140 Paesi e Organizzazioni, con 21 milioni e mezzo di visitatori:  possiamo affermare con orgoglio che Milano e l’Italia tutta hanno vinto la sfida:  “hanno progettato, realizzato, offerto al mondo intero un ponte verso il futuro” per usare le parole del Presidente Mattarella alla cerimonia di chiusura.

Tra i lasciti in situ rimarranno il Padiglione Italia e l’Albero della Vita, simbolo estremo della potenza evocativa di Expo, a testimonianza di un impegno preso, insieme alla sfida di un’importante valorizzazione e riutilizzo delle strutture. Resterà probabilmente anche il Padiglione Zero di Rampello, che racconta in modo scenico la storia del rapporto tra uomo e cibo, incarnando uno dei grandi patrimoni lasciati dall’esposizione al mondo intero.

Il riutilizzo degli spazi lasciati dalle esposizioni universali si è spesso dimostrato problematico (articolo) ma il progetto attuale per Milano sembra avere le carte giuste e i milanesi promettono di dare battaglia per una soluzione vincente. Secondo le intenzioni del premier Renzi una parte degli spazi dedicati all’Expo verranno adibiti a cittadella della scienza, con lo spostamento di una parte delle strutture dell’Università degli Studi di Milano a formare un nuovo Campus Universitario. Questo polo di Milano potrebbe diventare uno dei riferimenti mondiali di ricerca e tecnologia applicata in alcuni settori quali l’agricoltura e le scienze della vita, con un progetto da 145 milioni di euro l’anno che coinvolgerebbe anche il celebre IIT, l’Istituto Italiano di Tecnologia la cui “testa” rimarrà a Genova come ricorda il suo direttore (articolo).

Se ci si interroga invece sull’eredità immateriale, non si può fare a meno di pensare all’attenzione mediatica e alla diffusione di conoscenza che Expo ha generato: il cibo, forse per la prima volta, assurge a patrimonio culturale, da difendere e da valorizzare nelle sue origini locali e nelle sue tradizioni. L’Italia si è fatta promotrice di un tema che rappresenta una grande sfida mondiale per l’umanità, sotteso a garantire il diritto al cibo e quindi alla vita di tutti i cittadini del mondo. I Paesi si sono riuniti intorno all’evento in un importante momento di unità e confronto, di valorizzazione delle diverse culture e tradizioni, nell’ottica di un miglioramento qualitativo e tecnologico dell’alimentazione, cha ha permesso una importante conoscenza e integrazione dei patrimoni culturali, con i Paesi ospiti che hanno mostrato il meglio delle loro tecnologie in un ottica di grande innovazione.

Alcuni padiglioni hanno trattato seriamente il tema fornendo spunti davvero originali e decisivi, che lasceranno un segno: quelli di Giappone e Corea hanno espresso l’importanza di armonia e equilibrio, per saper avere a che fare col cibo negli anni a venire. Quello Emirati Arabi, in cui ai visitatori, guidati tra le dune del deserto, vengono poste domande e successivamente date proposte concrete di risposta sui tempi della sostenibilità, delle risorse, dell’ambiente desertico collegate a ricerche in corso nel Paese. Quello della Svizzera che ha messo in luce la criticità di creare consapevolezza nell’uso delle risorse perché possano bastare per tutti e non essere sprecate. Infine, il Padiglione del Regno Unito che ha vinto sottolineando l’importanza dell’innovazione e della tecnologia per vincere la sfida del cibo.

Di tutta questa operazione mediatica resta un impegno culturale al dialogo da proseguire con continuità, una nuova consapevolezza che deve essere sempre più finalizzata a costruire una mobilitazione sociale e politica e quindi operativa.

E resta anche un impegno politico, la Carta di Milano, che con l’adesione aperta a tutti i cittadini del mondo ha già raccolto 1 milione e mezzo di firme (si può ancora firmare qui), rappresenta l’inizio di un percorso condiviso di Paesi e cittadini verso obiettivi concreti nella consapevolezza di un diritto fondamentale dell’umanità, un percorso teso a riscrivere regole e norme che consentano il raggiungimento dell’obiettivo “Fame zero nel 2030” in tutti i Paesi del mondo.

L’eredità immateriale che Expo lascia va quindi ben oltre l’aver portato all’attenzione mediatica, e sfocia nella creazione di obiettivi politici e di conoscenza: la stessa Carta di Milano è solo la punta di un iceberg di riflessioni collettive o specialistiche di associazioni, università, centri di ricerca e istituzioni.

Per citare un esempio su tutti, lo scorso 24 ottobre a pochi giorni dalla chiusura di Expo il Laboratorio delle Idee ha partecipato alla presentazione dell’action plan di Regione Lombardia contro la contraffazione e per la sicurezza alimentare. Attori come Ambrosetti, i consorzi Grana Padano e Aceto Balsamico di Modena, associazioni quali Confcommercio Coldiretti e Federconsumatori, imprese come Eataly e Granarolo, hanno contribuito all’elaborazione di un piano che contribuirà a lottare contro uno dei rischi, commerciale ma soprattutto sanitario, legati all’alimentazione. Di iniziative come questa Expo ne ha portate numerose.

Vi è un terzo importantissimo contributo immateriale di Expo, che è quello legato all’immagine rafforzata che l’Italia ha dato di sé all’estero e soprattutto all’interno. Il successo di questa esposizione universale, da molti ritenuto impossibile e andato invece oltre ogni aspettativa, ha contribuito a contrastare i pregiudizi che gli stranieri hanno sul nostro Paese, e a rinsaldare uno spirito di coesione nazionale che va oltre le partite della nazionale. L’Italia, Milano e la Lombardia hanno dimostrato agli altri Paesi di saper essere efficienti ed efficaci nell’organizzazione, di saper garantire la sicurezza e di portare all’attenzione di tutti un tema che unisce salute, bellezza e sviluppo sostenibile. A se stessi hanno dimostrato di saper fare ancora cose di cui poter essere orgogliosi.

C’è infine un’ultima, più nascosta e trascurata ma non meno importante, eredità immateriale di Expo, ed è quella dell’aggregazione sociale. Expo è stato un momento Pop, avrebbe detto Andy Warhol, che dipingeva ammirato lattine di Coca-Cola perché per lui rappresentavano la democraticità assoluta di una bevanda che, se ordinata da un operaio o dalla Regina d’Inghilterra, era sempre esattamente la stessa. Anche i Padiglioni, il Cardo e il Decumano di Expo erano gli stessi per tutti, per i ministri italiani e stranieri e grandi amministratori delegati come per gli studenti e le famiglie coi bambini.

Ha colto bene questa positività aggregativa di Expo Beppe Severgnini in un suo articolo. Il vero spettacolo di Expo, da maggio a ottobre, non sono stati i vetri, le terrazze, gli schermi, gli incontri e i convegni. Il vero spettacolo sono state le gambe — circa quarantadue milioni, secondo le ultime stime — che per sei mesi si sono incamminate, messe in fila, spostate, stancate”.

Chi ha parlato di assurdità delle code chilometriche non le ha probabilmente vissute. Queste code, oltre a essere state un esempio di educazione civica e pazienza collettiva, sono state occasione di ritrovo vera e genuina: sconosciuti si sono conosciuti, si sono incontrate persone che non si vedevano da tempo, sono nate nuove amicizie. Le persone sono state obbligate ad aspettare, investendo del tempo dove ritenevano che ne valesse la pena, a fermarsi e, in un’epoca in cui tutti danno retta solo al proprio telefonino, sono state costrette a parlarsi, confrontarsi, ridere e scherzare. La pazienza dimostrata dai visitatori ha ripagato sotto il profilo dell’attesa e della comprensione della unicità degli eventi a cui aveva la possibilità di partecipare ed assistere.

Per concludere, è giusto chiedersi se le strutture di Expo verranno riutilizzate adeguatamente e spingere per questo, che dipenderà da noi. Non dobbiamo però farci distrarre da chi vuole farci credere che quello sia il cuore della questione: l’eredità di Expo non è lì nelle strutture, e neppure nell’indotto economico che comunque è grande, ma è soprattutto immateriale ed è già stata ottenuta indipendentemente dal riutilizzo delle strutture.

Questa eredità è fatta di conoscenza, immagine, riflessione collettiva, aggregazione ed educazione civica. Esiste anche se non possiamo quantificarla. Del resto basta aprire un libro di storia per capire che è sempre stato così: delle strutture della scorsa Esposizione milanese del 1906 è rimasto solo l’edificio che poi è diventato l’Acquario in Parco Sempione, ma in quell’estate Milano si è fatta conoscere al mondo per la prima volta ed ha assunto il ruolo internazionale che conserva ancora oggi.