man in suite

Questo testo esce in maniera vigorosa ma elegante dal solco tracciato dai precedenti articoli del Laboratorio delle Idee. La forma artistica della narrativa prende il sopravvento sulla trattazione saggistica. La forma espressiva diventa incarnazione del soggetto illustrato. Accende la vis immaginativa del lettore e lo immerge nel brandello di un mondo passato, logoro e logorato.

L’Arte non è altro che relazione tra l’artista, qui celato sotto lo pseudonimo di Wystan D. James, la sua creatura e l’attento osservatore. Ne nasce una sensazione estetica, la quale circonda in un alone di fumo e mistero l’homo elegans. Egli è uomo di azione significativa, artistica ed estetica; atta non a seguire la moda, ma a influenzare il reale, ovvero la polis. L’eleganza è azione politica.

Andrea Marchesani

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I quattro pensieri che leggerete sono sorti alla fioca luce di una stanza con la cera che cola dai lampadari del soffitto e dai candelabri alle pareti. È la piccola stanza del bar antistante il salone, in quella vecchia casa all’ombra del San Martino.

È una sala del tutto caduta in disuso, nessuno la vive, al di fuori di me, da circa ottant’anni, cioé da quando tale signor Campagnani, gran bevitore, vendette quella dimora smettendo di soggiornare fra le sue quattro mura ormai scrostate e sempre troppo in ombra.

Correvano gli anni trenta del secolo scorso, io non ero ancora nato e suppongo neppure gran parte di voi.

A casa Campagnani le giovani magnolie brillavano alla luce di un sole che volgeva dolcemente al picco, e il grande portone verde lucido rifletteva denso ogni raggio di sole.

Quel giorno, due ragazzetti vestiti alla marinara aspettavano l’una con impazienza per poter tornare a dissestare l’enorme prato dietro casa disseminato da dozzine di viole ed una piccola principessa seduta con compostezza sulla sua seggiola guardava fuori dalla stanza da pranzo e si stupiva di come un prisma colorato fosse tutt’a un tratto comparso sul marmo rosato che faceva da cornice al tappeto persiano.

Io? Siedo al buio nel bar. Di che vi sto parlando? Vi parlo dello stile, dell’eleganza, di quell’amore incondizionato per il gusto figlio di decenni di vita trascorsi fra Parigi e Londra. Vi parlo di Auden, che mi fissa con forza da sotto quello strato di polvere che si è accumulato nel tempo, avvolto al suo enorme ritratto in fondo alla stanza: un piede sull’auto, l’altro a terra, portiera spalancata e fianco fieramente appoggiato, cappello e guanti alla mano come in una di quelle foto di Nuvolari in una calda tarda mattina di fine marzo del ’33. Amore e disonestà soggiornarono in questa casa ed in questa sala, fra calici di cristallo dal fondo dorato e bottiglie colme di scotch, accanto a quelle passioni che hanno tracciato un futuro di cui oggi bene o male faccio parte.

Quando i portoni si dischiusero per far entrare quell’enorme Isotta Fraschini gialla sembrò ai tre che un enorme raggio di sole facesse capolino in giardino.

Lo svogliato richiamo della bambinaia fu del tutto inutile, i marmocchi sfuggirono dalle sue mani per fiondarsi su quel signore che conoscevano così bene sin dalla scorsa estate.

Auden scese, non prima di essersi levato con difficoltà i guanti dai polpastrelli ingrassati dal calore, e inginocchiatosi abbracciò quei tre cuccioli che gli si erano quasi incollati addosso.

Frugò nel cruscotto e chiuse i pugni attorno a due minuscoli oggetti. Uno dei bambini, il più grande dei tre, batté la mano sul pugno per primo. Il movimento rotto di un orologio da tasca fu suo, la cassa svuotata con tanto di dedica a chissà quale lontano parente dell’altro. Per la ragazzina, occhi azzurri e capelli biondi raccolti, invece nulla. Lei sola però fu presa per mano e passo dopo passo lei lo portò, camminando dieci metri avanti alla bambinaia sorpresa, a costeggiare la casa salendo per quel viale di bossi e martelline che ancora oggi porta al piccolo stagno.

Lui le cantò piano piano una canzone, la sua preferita, nota ad ogni piccola donna di Parigi, una canzone di tre piccoli conigli che siedono sulla luna, pipa alla bocca, bicchiere alla mano e uno dei tre chiede a Madame “verse-moi du vin”.

La piccola stravedeva per quell’elegante signore e quando lui le cantava in francese lei se lo immaginava come uno dei conigli della canzone, pipa e bicchiere alla mano, mentre lei gran dama, ormai cresciuta,  gli versava da bere.

Lui la lasciò raccolta sul bordo dello stagno e spingendo una fragile maniglia si diresse verso la stanza del bar.

Si accasciò mollemente sulla poltrona dopo aver sfoderato tabacco e pipa dal taschino, e chiuse gli occhi, buttando la testa all’indietro.

Alla luce fioca che trapelava per le stanze distinse una sagoma di donna che di lì a breve gli avrebbe versato dello scotch e gli avrebbe posato dolcemente la mano sulla spalla destra.

“Ci sono buone ragioni se i versi della mia vita hanno oscillato fra la più intensa tenerezza e parossismi d’indifferenza e se da essi è nato uno stridente lirismo”.

Parlandovi di lui, posso assicurare che non vi accadrà un’altra volta di incontrare un uomo portatore di tanto amore e di tanta apprensione, di una sensibilità così dissonante nei modi, facilmente manipolabile se non fosse per l’assoluta sobrietà. Profondamente ironico e tragico allo stesso tempo, incapace di vivere il tempo di cui era figlio e sprezzantemente votato al futuro. Di un’eleganza che era seduzione, temprata dal suo contegno figlio di un potere immenso di grazia che forse solo quei pochi canoni, fissi dal millesettecento, sanno donare.

Un uomo che si ergeva ad involontaria difesa del gusto, contro quella che io definirei sciatteria effimera ed altri definiscono moda.

Auden riusciva a farsi amare e odiare allo stesso tempo, le sue mani e le sue parole tessevano il futuro nel solco della migliore tradizione ed intenzione. Pazzo scatenato al ritmo della pista da ballo, folk e classico allo stesso tempo, aveva rubato sguardi con quel suo stonato fare da galantuomo che sapeva essere un’innovazione marcata e metro di giudizio assieme alla luce di un estivo sole paglierino.

Auden era per la stupenda donna nell’ombra l’unica certezza di un senso, la certezza e l’assicurazione che un braccio forte l’avrebbe salvata da quella gabbia di immobile noia che l’aveva paludata fin sopra l’animo e che stava per spegnere in lei anche quella luce in fondo ai suoi occhi adamantini.

“Amante” viene dal verbo “amare” e in Amore tutto è vivo, danza e ammicca. Tutto il resto è un’altra lingua, Violenza e Frustrazione sono due emozioni che vengono allontanate ed escluse.

Sebbene la sua fine sia stata funesta, quel Marzo portava ancora sulle ali grandi promesse, accanto a profumi di camelie in fiore e a ronzii di piccole api. Anche il piccolo banano al centro del giardino per la prima volta aveva resistito all’inverno e ora portava con sé auspici di futuro.

A casa Campagnani la primavera era entrata decisa quel giorno, fra quei noiosi cassetti colmi di abiti da sera ripiegati.

Auden aveva avuto il coraggio e lo spirito di mantenere fede alla promessa fatta alla luce di una luna aranciata di Ferragosto, su una spiaggia di Cap Ferrat, l’anno precedente.

E ora rischiava tutto, persino la vita.

Wystan D. James