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di David Berera e Giuseppe Grimaldi

Nel Bel Paese fino a pochi anni fa la Banca d’Italia disponeva essenzialmente di due strumenti di fronte alla crisi di un istituto di credito: l’amministrazione straordinaria, che mirava a contenere la crisi sostituendo gli organi di governo della banca; e la liquidazione coatta amministrativa, che puntava a liquidare la società – integra, quando era possibile – vendendone il patrimonio in blocchi senza far cessare la parte sana dell’attività imprenditoriale. Negli anni essi hanno dato generalmente prova di una buona capacità di risoluzione delle crisi bancarie.

In seguito alla recente crisi finanziaria e alla casistica di fallimenti sempre più ampia il regolatore europeo ha sentito la necessità di armonizzare le normative che regolano le crisi bancarie nei diversi paesi. Per questo motivo, l’Unione europea ha adottato la Banking Recovery and Resolution Directive (BRRD), che è entrata in vigore l’1 gennaio 2015; gradualmente altre direttive sono state implementate e buona parte sono attive dall’1 gennaio 2016. Tutti questi provvedimenti si propongono di prevenire la crisi degli intermediari finanziari e, nel caso in cui essa esploda, di risolverla con rapidità ed efficienza.

Ma nei fatti, che cosa cambia davvero con questa normativa?

Da un certo punto di vista moltissimo: ad esempio per le banche “grandi” non sarà più di competenza nazionale la decisione sul “se salvarle, e come e con quali strumenti” perché per i maggiori istituti di credito è passata al Single Resolution Board con sede a Bruxelles.

Gli effetti più importanti, tuttavia, riguardano il bail-in. Si contrappone ai bail-out, ovvero ai salvataggi del passato effettuati con risorse esterne, che significa statali. L’idea è semplice: in caso di crisi, sono gli stessi apportatori di capitale – e non più il contribuente – a doversi fare carico dei costi del salvataggio della banca, comprendendo non soltanto i soci (azionisti), ma anche i creditori (obbligazionisti e correntisti). Semplificando, la mancanza di liquidità e di patrimonio viene sopperita non più dall’esterno (out), ma presso gli stessi finanziatori (in).

Più dettagliatamente, il processo comporta in primo luogo l’eliminazione del valore del capitale di rischio (azzeramento del valore azionario), in secondo luogo la riduzione del valore dei titoli degli obbligazionisti, seguendo la priorità di restituzione (seniority); quindi sono annullati i valori prima delle obbligazioni subordinate (junior) poi di quelle ordinarie (senior) e infine di quelle aventi un patrimonio costituito ad hoc per ripagarle (covered). Il terzo passaggio è quello di non garantire i correntisti che possiedono conti con oltre 100.000 euro.

Tutto questo processo nasce per annullare il “moral hazard”, cioè la possibilità che manager e azionisti rischino troppo sapendo di non dover “pagare tutto il dovuto” nel caso di danni provocati alla banca, perché alla fine lo Stato risolve sempre il problema senza limiti. Questa pratica è volta inoltre a far sì che crisi bancaria e crisi dei debiti sovrani vengano separate.

Ciò comporta un sostanziale trasferimento del rischio dai conti dello Stato, che prima se ne faceva carico, ai singoli investitori e clienti della banca in questione.

Qui sorge spontanea una domanda: tutti quelli che hanno un rapporto con la banca saranno in grado di valutare correttamente i nuovi rischi che si dovranno necessariamente assumere?

Alcuni effetti del bail-in sono evidenti, come l’innalzamento del costo del capitale (sia sotto forma di azioni che di crediti in varia forma) dovuti alla presenza di nuovi rischi imposti sugli stessi: il costo del capitale sarà esponenzialmente legato alla condizione della banca creando un probabile effetto pro ciclico nelle banche meno solide; dunque “usciranno” più facilmente dal mercato singoli istituti in crisi, molto più di quanto fosse mai accaduto in passato.

Con l’introduzione del bail-in i paradigmi “una banca vale un’altra” piuttosto che quello “le banche sono tutte sicure” non saranno più veri neppure in situazioni diverse da quelle di crisi.

Intanto in Italia si fanno le “prove generali”, prima con la Banca Romagna Cooperativa, poi con le quattro famose banche Banca Marche, Cassa di risparmio di Ferrara, Popolare Etruria e CariChieti dove vediamo applicati alcuni principi della normativa BRRD: ad esempio per la prima volta gli obbligazionisti subordinati non vengono ripagati in massa, cosa che avrebbe comportato un esborso per l’erario pubblico di quasi 800 milioni di euro. L’intervento è tuttavia più leggero rispetto alla normativa sul bail-in poiché è stato utilizzato il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, meccanismo di assicurazione privato, certo, ma costituito da fondi messi da parte da società bancarie. In pratica in questo caso il rischio si è spostato sulle controparti più a rischio e sul sistema bancario.

Un pensiero critico sul bail-in?

Abbiamo a che fare con correntisti e obbligazionisti spesso disinformati, che (come dimostrano molti studi) sottovalutano la probabilità di eventi avversi. La teoria economica che porta all’elaborazione di regole di questo tipo ci considera degli homini oeconomici, soggetti molto più propensi al rischio e consapevoli di quanto lo siano gli homini in circolazione.

A favore del bail-in resta il fatto che dovrebbe certamente ridurre il costo per il contribuente. Ma ne siamo totalmente certi? Secondo le direttive buona parte del costo sociale non coperto dalle figure sopracitate sarà reperito da risorse private attraverso un fondo unico europeo capitalizzato dalle stesse banche.

In realtà però esistono alcuni nuovi oneri (sia come costo per finanziare il fondo sia come aumento del costo di finanziamento per remunerare il rischio agli investitori) e poiché le banche hanno anche un vincolo di minimo return on equity da garantire ai propri azionisti (le banche sono imprese come tutte le altre da questo punto di vista), è prevedibile che “scaricheranno” proprio sui correntisti e sulle altre controparti della banca buona parte di questi nuovi costi. Un provvedimento del genere potrebbe nella pratica solo trasferire su persone diverse il costo di un fallimento bancario.

Non è inutile ricordare anche che la tassazione è progressiva in base al reddito e quindi i cittadini più abbienti hanno pagato in passato la maggior parte dei salvataggi bancari tramite le tasse (bail-out) mentre con il bail-in la percentuale di contribuzione al fondo sarà senza dubbio (percentualmente) più spostata sul fasce di reddito meno abbienti.

Sarebbe quindi saggio fare una valutazione d’insieme prima di brindare al “santo principio” del bail-in come superiore a quello di bail-out che è fin qui stato applicato.

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