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 di Andrea Marchesani

In vista di domani, giovedì 21 aprile, – quando il Laboratorio delle Idee incontrerà e si confronterà sul terrorismo e la cultura con il Maggiore Melidonis, il dottor Varvelli e il professor Branca  – una piccola premessa potrebbe essere d’intellettuale utilità.

In seguito agli attacchi di Bruxelles, il Laboratorio delle Idee decise di non lanciare strali nella tempesta mediatica scatenatasi. La rete ha la capacità, positiva a volte, di abbattere i filtri; tuttavia al tempo stesso inibisce i ragionamenti, o meglio, il bombardamento continuo di informazioni non li rende agili.

Il ragionamento o laboratorio d’idee – come metodo teso alla profondità dei concetti – in questo caso parte dalla parola terrorismo e dalla sua causante ma anche attuazione: l’attentato. Quest’ultimo è volto a incutere il terrore non nella componente militare, ma nella totalità di una comunità al fine di disgregarla.
Il generale Marco Bertolini – già comandante del 9° Reggimento delle forze speciali Col Moschin e già Capo di Stato Maggiore dell’ISAF in Afghanistan – intervenendo giovedì scorso in Università Cattolica ricordava l’importanza della lingua e dei nomi come elemento strategico e di softpower.

 Il softpower è metodo d’esercizio del potere: conformare alla propria volontà la condotta degli altri attori, tramite armi culturali e ideologiche. Il generale Bertolini rilevava come l’uso del termine terrorismo e della parola attentato costituissero un esempio di tale esercizio del potere atto a deresponsabilizzare e lavare le coscienze delle società occidentali.

I termini terrorismo e attentato sono senza dubbio adatti, ma perché non usare invece la parola guerra? Il terrorismo può essere una forma di guerra asimmetrica. Questa parola però non compare quasi mai, salvo alcune eccezioni, spesso nel solo intento di riversare la colpa su un nemico esterno.
Da qui si apre un altro tema. Chi sono i contendenti di questa guerra?

Lo zelo di alcuni darà rapida risposta: Occidente e Islam. Due concetti enormi, vari, e pure divergenti al loro interno, vengono così ridotti a blocchi monolitici.

Il muro di Berlino è caduto, il mondo è ormai multipolare. La Siria, l’Iran, la Russia, Hezbollah (marchiata come organizzazione terroristica da alcuni) si oppongono a Daesh o Stato Islamico. L’Arabia Saudita, affiancata dalla maggioranza dei paesi sunniti, combatte con Teheran una guerra energetica diretta e una militare, per procura, in Yemen.

Allora abbiamo complessità e non univocità: Islam e Occidente si rivelano concetti frammentati.

 La crisi culturale potrebbe essere allora, quella sì, univoca? La destabilizzazione di alcuni stati, la società globale, la precarietà del mercato del lavoro, l’immigrazione e i ghetti sono fenomeni che creano sradicamento, liquidità. E in questo mare ci siamo dentro tutti: dai terroristi di Bataclan, francesi di terza generazione, ai nostri frustrati killer di provincia e di città.

La cultura si potrebbe porre così come baluardo, costruttrice di argini, fautrice di comunità solide e non realtà liquide e individualiste. La cultura, non quella veloce, immediata della rete, di internet, ma quella col metodo del ragionamento su qualcosa di solido: per esempio, sulla storia e sull’origine. La bomba agli ospiti e a voi.