di Nicolò Mardegan, Presidente Onorario Lab#Idee

Lo scorso 10 settembre, durante il weekend di formazione interna e di organizzazione dell’attività del Laboratorio delle Idee, abbiamo invitato il prof. Biscaretti di Ruffìa (docente di Diritto Commerciale Europeo all’Università di Milano Bicocca) a parlarci di Brexit. Con lui abbiamo approfondito le procedure che il Regno Unito potrà seguire per attuare la decisione del popolo britannico di lasciare l’Unione Europea, e soprattutto delle prospettive che si aprono nel futuro prossimo e lontano.

Secondo il prof. Biscaretti si aprono quattro strade per l’attuazione della Brexit, alcune più semplici e probabili, altre più complesse ma non escludibili data la totale novità degli avvenimenti cui siamo di fronte. Il governo britannico, infatti, si trova in una situazione di grande criticità perché deve inaspettatamente preparare la caduta di numerosi trattati internazionali che garantiscono al Regno Unito sia il libero movimento di merci, servizi, capitali e in parte persone con l’Unione, sia l’uniformità di prodotti, servizi e norme con quelle degli altri paesi, facilitando le interazioni.

La trattativa per l’uscita di uno stato membro deve essere negoziata dal Paese uscente con il Consiglio Europeo, ed esiste un vincolo nella durata della trattativa che non può andare oltre i due anni. Potrebbe sembrare un tempo lungo solo se si dimentica di considerare che sul fronte interno vi sono una infinità di norme tecniche e commerciali che l’Unione ha approvato nei suoi 25 anni di vita e che su quello estero esistono numerosi trattati internazionali che ha negoziato con tutti i Paesi del mondo. Riscrivere tutto questo in due anni è uno sforzo legislativo e di governo davvero immane, tanto che il governo inglese ha creato un ministero apposito per gestire la Brexit.

La Brexit avrà sicuramente un impatto su molti settori della regolamentazione e del diritto britannico, che si sono armonizzati con quelli continentali:  la responsabilità civile, il diritto contrattuale dei consumatori, il diritto dei dati personali, e ovviamente il diritto bancario e finanziario. L’unica certezza è che si accentuerà nuovamente la contrapposizione tra Common Law e Civil Law che l’Unione aveva contribuito a ridimensionare.

Ancor più di questi problemi, si pone quello delle relazioni con gli altri Paesi dell’UE: è evidente che l’economia inglese subirebbe un colpo durissimo se d’improvviso cambiassero fortemente le relazioni commerciali con il continente. Per questo è probabile che cerchi di negoziare una soluzione con l’Unione che non sia un distacco completo, con una delle quattro vie citate sopra:

  • l’ingresso nello Spazio Economico Europeo (che oggi include tre paesi dell’EFTA Norvegia, Islanda e Liechtenstein oltre ai Paesi UE);
  • come per la Svizzera, l’adesione all’EFTA e la negoziazione di un accordo bilaterale con l’UE;
  • la negoziazione di un trattato simile a quello che hanno firmato con l’Unione alcuni paesi emergenti, come la Turchia;
  • la creazione di un trattato ad hoc come quello che l’UE ha firmato di recente con il Canada.

Anche in questo caso è troppo presto per avere delle certezze, salvo quella che il governo inglese trovandosi impreparato a un evento di questa portata e imprevisto fino a giugno, sta cercando di rimandare il più possibile l’inizio dei negoziati con l’Unione, dato che dal momento dell’inizio avrà solo due anni per chiuderli.

Le implicazioni della Brexit per Milano

La Brexit non è solo un tema di accordi internazionali, revisione di trattati e implicazioni sull’economia di oltre Manica.  Esistono anche ricadute che toccano le nostre vite da vicino, come quelle che riguardano la nostra città: per Milano il destino di questo evento è un libro da scrivere, forse un’occasione unica. Per coglierla è necessario che il governo e l’amministrazione cittadina si mettano in moto, e la direzione opportuna potrebbe essere quella di dotare la capitale economica del Paese di una adeguata autonomia, o più radicalmente come qualcuno ha proposto di trasformarla in “Città Stato” (la costituzione lo permetterebbe, dato che l’art. 132 stabilisce l’opportunità di creare nuove Regioni con un minimo di un milione d’abitanti). Una strada che alcune delle principali città d’Europa hanno già intrapreso.

Un primo passo per attrarre banche e headquarter di grandi imprese globali sarebbe l’istituzione di Free Trade Zone, con la possibilità di stabilirla in un luogo fisico – nell’area di Expo – oppure in uno spazio concettuale, riconoscendo sgravi fiscali a quelle imprese che rispondono ad adeguati criteri e che creerebbero impatti positivi in termini di crescita, occupazione, indotto e innovazione. Zero tasse e zero burocrazia potrebbero diventare i cardini di una città che oggi più che mai vede la necessità di attrarre investimenti dall’estero, e perché non dalla city londinese? Inoltre, le istituzioni milanesi e lombarde stanno già lavorando ad un tavolo di proposte che richiami a Milano l’Agenzia Europea del Farmaco, l’Autorità Bancaria Europea.

Nell’attuale contesto di incertezza, che oltre alla finanza riguarda anche industria e commercio, si pone l’urgenza per il nostro Paese di acquisire un ruolo leader nella gestione della crisi dell’Europa: da un lato, per ottenere finalmente la revisione di una UE troppo “germanocentrica” e sproporzionalmente organizzata nelle politiche dell’immigrazione e del commercio – Italia e Grecia sono costantemente sovraccaricate di responsabilità in tema di accoglienza e il nostro paese è svantaggiato nella valorizzazione dei prodotti alimentari, come dimostrano casi noti quali l’olio d’oliva e i prodotti caseari; dall’altro per proporre Milano come rinnovato centro continentale.

Un’operazione di questo tipo consentirebbe alla nostra città anche di valorizzare investimenti già fatti, come quelli sugli aeroporti mai decollati come veri hub: a ben pensarci Milano è ponte perfetto tra Europa del Nord e mediterranea, e diventerebbe polo di attrazione di capitali con relativo indotto lavorativo. Evidentemente Milano può trainare l’Italia, ma non può avanzare da sola: tutto il Paese dovrà diventare competitivo per il business, offrendo aree libere da eccessivi lacci e impedimenti burocratici e da tasse insostenibili. Queste proposte si legano quindi a una visione di Milano autonoma ma sinergica con il resto della penisola. Questa non è una battaglia di una parte, di destra o sinistra o centro, di europeisti o Italexit, in questa partita siamo tutti milanesi e andrebbe giocata subito per essere vinta!

Milano ha tutte le carte in regola per riuscirci e le caratteristiche del merito, guadagnato con la fatica dei milanesi nei secoli, che ha reso la nostra città eccellente in numerosi campi come formazione accademica, sanità e biotecnologie, industria, finanza, design, moda e molto altro. Milano città stato dunque non fonderebbe la richiesta di un accordo con lo Stato su pretese e aspirazioni vuote, ma su risultati conquistati concretamente nel tempo e sul campo. È questa la politica del fare, quella che ha reso il capoluogo meneghino la città che è oggi, concreta e capace di guardare al futuro in un’ottica di ragionevole sviluppo, pronta a cogliere anche la sfida che un evento eccezionale come la Brexit ci offre.