di Edoardo Grossule

(foto Il Post)

(foto Il Post)

La domanda può nascere spontanea: cosa c’entra il cibo con la finanza? Beh, molto…e chi ha visitato con attenzione il Padiglione Zero, tra i più significativi di EXPO 2015, certamente si è scontrato con quel muro di video su cui scorre l’andamento delle quotazioni delle materie prime agricole. La denuncia da parte dell’autore del padiglione è evidente: la produzione di cibo, oggi, non è solo fonte di sostentamento, ma si è trasformata in un “prodotto finanziario” oggetto di investimento.

Chiarendo fin da subito che i mercati finanziari giocano un ruolo di cruciale importanza per la stabilità e il corretto funzionamento della food supply chain, è del tutto comprensibile porsi la domanda su quale sia il giusto limite del processo di finanziarizzazione delle commodity agricole.

Il problema, oltre che di natura economica, evidentemente, sconta delle implicazioni di natura etica, in quanto le forti variazioni dei prezzi delle materie prime possono avere, in prima battuta, un’immediata ricaduta sulla crescita dei paesi in via di sviluppo e, prima ancora, sul problema della fame nel mondo. La speculazione finanziaria, cresciuta drammaticamente dai primi anni duemila fino alla crisi del 2008, ha coinvolto pure gli scambi delle materie prime e degli strumenti derivati su questi stessi beni. Negli anni a cavallo della crisi finanziaria, i prezzi delle materie prime, in particolare dei prodotti agricoli, hanno registrato un sensibile incremento, spingendo molti ad avviare un importante dibattito sul ruolo della finanziarizzazione di questo mercato.

Prescindendo dai risultati delle ricerche in campo economico circa la correlazione tra la speculazione finanziaria e la volatilità dei prezzi spot delle commodity, si pone il problema di trovare una soluzione che limiti i possibili effetti negativi della speculazione, consentendo comunque degli scambi efficienti e non eccessivamente onerosi, per favorire le operazioni volte a ridurre i rischi di variazioni dei prezzi delle materie prime; funzione, propria degli strumenti derivati, che diverrà sempre più importante alla luce degli obiettivi di liberalizzazione del mercato previsti dal nuovo piano di politica agricola comune (c.d. PAC).

In questa prospettiva si sta sviluppando un ampio dibattito scientifico internazionale con l’intenzione di riflettere sulle prospettive di regolamentazione future a partire dai problemi evidenziati. Emergono chiaramente due linee guida: (1) la necessità di regolamentare in modo specifico questo settore del mercato finanziario cercando, nel contempo, (2) di disincentivare le manovre speculative, individuando un corretto bilanciamento tra i diversi interessi in gioco.

Questi ultimi, che sono molteplici, sembrano riferibili a tre macro categorie: (1) agli operatori commerciali che cercano di contenere i rischi posti dalle variazione dei prezzi delle materie prime; (2) agli speculatori che cercano profitto giocando sulle eterogenee aspettative sui prezzi; (3) alle popolazioni che soffrono maggiormente i repentini aumenti dei prezzi.

Data la natura dei diversi stakeholder e considerando che ogni scelta di regolamentazione può ridursi, ultimamente, ad una questione di giustizia distributiva, credo che il criterio dell’efficienza degli scambi non potrà essere l’unico principio di riferimento come spesso è avvenuto in passato.

Anche la regolamentazione finanziaria dunque dovrebbe essere accompagnata dalla “coscienza dei volti: i milioni di volti che hanno fame”, che – come ha ammonito il Santo Padre – sono i veri protagonisti di EXPO 2015.