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di Andrea Migliarese e Giovanni Grecchi

 

La crisi economica globale, la costante instabilità politica, la mancanza di coesione sociale e la carenza di fondi pubblici, portano oggi l’urbanistica italiana a rivisitare l’idea di trasformazione del territorio, affidandosi più che in passato all’integrazione tra processi multiscalari.

I grandi masterplan e gli interventi muscolari di area vasta così largamente adottati nell’ultimo ventennio, non possono oggi costituire l’unico strumento per la trasformazione della città.   In altre parole sembra oggi necessario sviluppare un’urbanistica che sappia lavorare su due livelli complementari: quello delle grandi aree di trasformazione urbana attraverso la revisione dei processi top-down di partenariato pubblico-privato; quello microurbano (bottom-up), capace di riattivare processi locali di scala minuta.

Questi due livelli non sono contrapposti, ma complementari e sinergici.

Le sfide per la città di Milano: non solo “poteri forti”

È sufficiente per Milano crescere solo sotto la spinta dei grandi poteri finanziari e delle multinazionali, attraverso complessi multipiano, apparentemente elaborati ma sostanzialmente banali e socialmente obsoleti? Oppure è possibile un altro modello? Può il Comune avere il coraggio di non cedere così docilmente ai cosiddetti “poteri forti”?

Milano nel 2016 si trova ad affrontare grosse ricuciture urbane che giacciono da tempo sul tavolo della discussione: gli scali ferroviari (Farini, Porta Romana, i magazzini raccordati della Stazione Centrale, Porta Genova); le grandi aree produttive e commerciali dismesse nella prima periferia (la Bovisa, l’ex macello, il mercato ortofrutticolo); le aree militari dismesse o in sottoutilizzo (caserma Montebello, caserma Mameli, caserma Magenta e Carroccio, la nuova piazza d’armi di via Forze Armate). A questi ambiti si aggiunge l’ipotesi di spostamento nell’area EXPO 2015 delle sedi delle facoltà scientifiche dell’Università Statale, con la conseguente revisione del comparto universitario di Città Studi.

Il ricorso a capitali privati appare una condizione inevitabile per la trasformazione di questi comparti urbani. Tuttavia, risulta altrettanto necessario riflettere sulle formule migliori per incentivare e regolamentare efficacemente la partnership pubblico-privato.

Per le aree di proprietà pubblica, la Città dovrebbe riuscire a porsi come il reale committente dell’opera di trasformazione urbana, capace di formulare lei stessa le necessità, fissare le qualità e incentivare nuovi modelli di progettazione. Bisognerebbe cioè limitare la vendita dell’asset comunale, ricercando piuttosto un dialogo che mantenga l’attore pubblico in una posizione di vantaggio, permettendogli di tornare a svolgere il ruolo di protagonista delle grandi trasformazioni urbane, a beneficio della collettività.

La fattispecie legale che oggi meglio sembra consentire questo procedimento è quella della concessione: processo tipico del recupero dei beni culturali, la concessione prevede l’assegnazione al privato – a lungo termine e sotto precise condizioni – della gestione del bene o dell’area. Esempio riuscito è sicuramente quello di Villa Reale a Monza a cui si aggiunge quello dei caselli daziari dell’arco della Pace, attualmente in corso.

Urbanistica a livello micro

Altrettanto importante per la crescita della qualità urbana di Milano, è la gestione dei processi urbanistici di piccola scala. In questa prospettiva è opportuno incentivare una trasformazione graduale, incrementale e flessibile del territorio; una sommatoria di tessere minori, più agili e spontanee, di facile realizzazione grazie al loro minore impegno economico, ma coordinate per comporre gradualmente nel tempo un’immagine coerente di città.

In sintesi, stiamo parlando di partecipazione dei residenti, cogestione di aree verdi, assegnazione di orti urbani, conversione di spazi degradati – comunali o privati – in spazi di coworking, laboratori culturali e spazi di condivisione.

Esempi già visibili nella città di Milano sono la Stecca degli Artigiani all’Isola, la Casa degli Artisti di corso Garibaldi, il Giardino delle Culture di via Morosini, i numerosi giardini di quartiere, i laboratori teatrali e gli spazi di condivisione, sempre più presenti nell’ex tessuto a destinazione produttiva.

Queste iniziative non devono essere episodiche, ma devono rientrare all’interno di una logica strutturale.

Le zone di decentramento dovrebbero quindi assumere un ruolo di primo piano nella gestione delle trasformazioni a livello micro-urbano, attivando strutture idonee a seguire, coordinare e supportare questi processi. Si tratta di valorizzare il ruolo propositivo e “politico” delle Zone nella cura del territorio, fornendo – anche mediante un maggior coinvolgimento delle Università – consulenza tecnica per l’elaborazione degli stimoli provenienti dal basso.

Attraverso l’individuazione degli spazi inutilizzati, la segnalazione da parte dei cittadini delle esigenze e delle manutenzioni da effettuare, la proposizione di bandi appositi per edifici sottoutilizzati, diviene possibile sviluppare una strategia coordinata capace di rivitalizzare lo spazio pubblico, creare centri di socializzazione e scambio e riattivare le dinamiche di condivisione di quartiere, per certi versi sparite da Milano. Le zone di decentramento diverrebbero così vero strumento di ricucitura tra cittadini e una macchina comunale burocratica percepita come sempre più lontana e complessa.

Facendo leva sulle trasformazioni capillari, lo sviluppo di Milano può avvenire contemporaneamente su due diverse scale, integrando i grandi processi di trasformazione con una riqualificazione più minuta e sottile, ma certamente più diffusa e per certi versi di maggior impatto su un numero più esteso di cittadini.