Il giornalista Nicola Porro, posa per i giornalisti in occasione della presentazione del programma da lui condotto

di Francesco Migliarese e Virginia Avanzini

Più di 100 partecipanti all’evento si sono confrontati con Porro e Carrubba sulla metamorfosi in atto nel sistema dell’informazione. Ecco cosa è emerso.

Nella prestigiosa location dell’Ambrosianeum, a due passi dal Duomo di Milano, si è svolto l’ultimo incontro del Laboratorio delle Idee prima della pausa estiva. Ospiti Nicola Porro e Salvatore Carrubba, per un tema ampio e complesso come quello dell’informazione.

Un modello di business in crisi

Entra subito nel vivo Carrubba, secondo cui la crisi e la trasformazione del sistema dell’informazione a livello mondiale corrodono i fondamenti stessi della democrazia come l’abbiamo conosciuta fino a oggi, perché influenzano le modalità di formazione dell’opinione pubblica. La crisi più evidente è quella dei giornali, che fino a poco tempo fa rappresentavano un canale di comunicazione privilegiato tra l’opinione pubblica e la politica. L’informazione oggi è considerata una commodity, un bene che non ha senso pagare. Per questo crollano le copie diffuse e gli introiti pubblicitari, con conseguente dissesto dei bilanci delle società editrici: le imprese editoriali non sono più aziende redditizie, né in Italia (dove peraltro storicamente si legge poco), né negli altri grandi Paesi occidentali. I giornali sono diventati nel migliore dei casi degli strani oggetti di affezione per chi decide di investirvi – come Jeff Bezos, CEO di Amazon, che nel 2013 comprò il Washington Post. E negli Stati Uniti si parla ormai apertamente di affidare la gestione dei giornali a enti no profit: «Un giorno come “LabIdee per il sociale” presenterete i giornali!», dice Carrubba scherzando (ma nemmeno troppo!).

Il problema degli editori, dice Porro, non è tanto l’aver sempre avuto degli specifici interessi nel gestire l’informazione, quanto il non aver capito che il mondo stava completamente cambiando. Gli editori si sono comportati come i produttori di carrozze alla fine dell’800, che ritenevano che l’automobile non avrebbe avuto futuro. La stessa miopia è purtroppo riconoscibile tra i giornalisti, che il più delle volte parlano a loro stessi, raccontando “il retroscena del retroscena” senza accorgersi di quelli che sono i veri interessi dei lettori. «Pensate che», osserva Porro, «quando nel 2010 a Il Giornale chiesero chi volesse fare il capo della redazione internet, non ci voleva andare nessuno!».

E qual è oggi il ruolo della televisione nell’informazione? Porro ci fornisce un dato interessante: «Il pubblico medio di Virus (programma di approfondimento politico condotto da Porro su Rai 2, NdR) ha 58 anni! Questo è il migliore risultato dei talk show italiani, i cui spettatori hanno i media 62 anni!».

Disintermediazione dell’informazione – i social media

Secondo Carrubba, la fiducia nelle nuove piattaforme internet based ha contribuito a decostruire il sistema dell’informazione, trasformando il singolo da fruitore a produttore di notizie (disintermediazione dell’informazione). Il problema è che, nonostante l’accesso a una mole pressoché infinita di dati, raramente abbiamo a disposizione filtri e chiavi di lettura che ci guidino alla fruizione di queste informazioni. E uno dei principali rischi dell’informazione su internet è la creazione di comunità “a senso unico” dove il confronto avviene solo tra chi la pensa in modo simile, e si alimenta una crescente intolleranza per chi esprime opinioni diverse (con annessi insulti “virtuali”). Questo rappresenta un problema serio per la democrazia, anche perché questo modo di alimentare l’opinione pubblica si riflette sulla politica che segue a ruota e abbassa il suo registro verso gli slogan, le eccessive semplificazioni, la polemica fine a se stessa.

Inoltre, nota Porro, «il caos che a volte si trova sul web è del tutto incontrollato. Com’è possibile, per esempio, aver sostituito la Treccani con Wikipedia? Sui pacchetti di sigarette è obbligatorio avvisare che “il fumo nuoce alla salute”; qualche avvertenza andrebbe messa anche per Wikipedia, un’enciclopedia che può essere modificata da chiunque senza controllo». Sarebbe quindi prioritario affrontare – e forse anche regolare – il tema di contenuti non verificati né verificabili, e nonostante ciò diffusi in rete.

Certo è che i numeri relativi ai social sono impressionanti. In Italia 29 milioni di persone sono su Facebook:  nessun quotidiano è mai arrivato a tanto! Ma bisogna sapere che l’informazione veicolata sui social dipende da algoritmi precisi, che ci rendono manipolabili. Per questo secondo Porro il tema cruciale è sempre più la capacità critica di ciascuno: oggi la disinformazione dipende più che altro da chi si informa e da come lo fa.

L’etica dell’informazione

Gli animi si scaldano sul tema delle intercettazioni. Porro: «È un vero scempio. Io per primo sono stato vittima di questo sistema, intercettato da Woodcock; e le mie intercettazioni sono ancora lì. Quando si usano questi mezzi in modo strumentale il risultato è la perdita di fiducia nei confronti dell’informazione e della giustizia da parte dei lettori, che poi non si fidano più nemmeno di quelle inchieste che hanno davvero ragione d’essere». Rilancia Carrubba: «D’accordo con Porro; ma io e lui siamo in minoranza, gli altri colleghi si difendono dicendo semplicemente: “dobbiamo pubblicare tutto”. Non è vero, però, che per fare buona informazione si deve pubblicare tutto!».

Manca quindi la responsabilità del giornalista, ma certamente anche quella dell’editore che puntualmente accusa poi il giornalista di “prendere il buco” se si rifiuta di pubblicare un’intercettazione – della serie: “ma come, gli altri pubblicano questa notizia e noi no?!”.

Di certo l’eccessiva faziosità e strumentalità alimentano i dubbi sulla credibilità delle informazioni. E a chi tra i partecipanti all’evento invoca un po’ di autocritica da parte dell’Ordine dei Giornalisti sui temi dell’etica e della deontologia, arrivano risposte nette: è “un organismo corporativo voluto dal fascismo”, secondo Carrubba; semplicemente “una truffa”, ironizza Porro.

Possibili sviluppi

Quali sono gli sviluppi possibili in un contesto simile?

Secondo Carrubba i quotidiani torneranno a essere strumenti di filtro e interpretazione dell’informazione, ma questo comporterà anche un loro ritorno a realtà di nicchia, come all’inizio del ‘900. Saranno giornali di qualità, che creeranno comunità, ma più piccoli di come li conosciamo oggi: non ci sarà più posto per le redazioni da 300 giornalisti. Anche secondo Porro è il caso di mettersi l’anima in pace: i quotidiani generalisti sono sempre più destinati a un’élite. Rincorrere la notizia di cronaca e fare le 11 di sera è ormai  anacronistico. Le grandi testate dovrebbero portare avanti un “disarmo” e fare i conti con la realtà: meno giornalisti, più analisi critiche interessanti. L’anima pop non vivrà più sulla carta stampata.

E per quanto riguarda le opportunità per i giovani che oggi vogliono lavorare nell’informazione, il messaggio è chiaro: «Un ventenne oggi ha davanti una generazione di morti e la voglia e la forza di fare qualcosa fuori dal coro» sintetizza Porro. «Quindi, se mi dici che vuoi iscriverti all’Ordine e fare uno stage al Sole 24 Ore ti dico che sei matto! Ma puoi rompere gli schemi, innovare: lì ci sono grandissime possibilità».

Fare il giornalista è comunque ancora un mestiere, che oggi richiede anche nuove competenze: come saper comunicare sui social, scrivere e pubblicare post per massimizzare la viralità, indicizzare bene i contenuti nei motori di ricerca (SEO, Search Engine Optimization).

L’augurio e l’appello per le nuove generazioni è però quello di riscoprire il valore dell’impegno e delle scelte etiche, in tutti gli ambiti. Il problema scottante è, infatti, secondo Carrubba «la crisi di formazione della classe dirigente e la mancanza di etica pubblica: deontologia, serietà, professionalità valgono per tutte le professioni. Il tema vero è come formiamo la classe dirigente».

E secondo Porro la formazione personale è il vero antidoto: «Leggetevi gli autori della letteratura liberale: Heyek, Mises, Ricossa, Antonio Martino, Luigi Einaudi, Milton Friedman. Un bagaglio simile rende immuni dalla disinformazione e dalla cattiva informazione».