di Francesco Migliarese, Responsabile Scientifico Il Laboratorio delle Idee

cattelan

Uno dei tanti significati dello straordinario “Dito” di Cattelan, che campeggia in Piazza Affari a Milano, è che risulta ormai impossibile “nascondersi dietro a un dito”: nell’immaginario collettivo la finanza rischia di diventare il luogo dello sproporzionato e ingiusto guadagno di pochi, a spese di molti. Ci ritroviamo ancora  oggi  invischiati nelle conseguenze dell’ultima crisi finanziaria. E a torto o a ragione le colpe dell’incertezza, della disoccupazione, dei grandi disagi personali e comunitari che viviamo, sono attribuite a un sistema finanziario globale fuori controllo, posto ormai da tempo in posizione tirannica rispetto all’economia reale. Non c’è quindi retorica nella domanda: è davvero possibile parlare di “buona finanza”, e se sì in che termini?
Cercheremo di rispondere a questa provocazione il prossimo 4 novembre (tutti i dettagli qui) insieme ai nostri illustri ospiti, Francesco Micheli e Alberto Foà, due protagonisti di primissimo piano della scena italiana.

Fin da ora possiamo tranquillamente dirci che demonizzare il mondo della finanza è un’operazione semplicistica e intellettualmente poco onesta (degna di quei black bloc ignoranti che hanno devastato Milano il primo maggio 2015). La finanza è infatti un semplice strumento, finalizzato alla miglior produzione di ricchezza e allo sviluppo. Uno strumento poderoso, i cui effetti dipendono essenzialmente dall’uso che di esso viene fatto. Esiste quindi la possibilità di una buona finanza, orientata allo sviluppo economico, sociale e culturale, a patto che:

  • si chiarisca alla radice l’antico equivoco del capitalismo: non è affatto vero che l’egoismo dei singoli produce il benessere sociale; e quindi non è vero che nel mondo dell’economia si possa prescindere dal comportamento etico (dei singoli, delle imprese, delle istituzioni). In sintesi: dobbiamo dire no all’egoismo postulatorio, no all’utilitarismo imperante, e sì a un rilancio dell’etica (anche) nel mondo economico e finanziario;

  • si impari dagli errori commessi: servono politiche pubbliche fatte di regole chiare, che incentivino i comportamenti virtuosi; serve investire sulla “alfabetizzazione finanziaria”, perché i cittadini/risparmiatori siano sempre più attori critici e preparati del sistema economico finanziario, e sempre meno vittime inconsapevoli;

  • infine, si dia concretamente spazio a tante iniziative virtuose già oggi vicine alle persone, radicate sui territori, attente non solo al rendimento degli investimenti, ma anche, in una prospettiva di medio lungo termine, alle conseguenze sociali delle scelte di investimento (penso al microcredito, o al cosiddetto “impact investing”, o al sostegno pubblico e privato alla cultura).

Forse in questo senso può risultare stimolante il confronto con la finanza islamica, oggi vicinissima a noi ad esempio per i recenti investimenti dei fondi sovrani arabi (come quello del Qatar, che ha investito in Porta Nuova a Milano). La finanza islamica opera sulla base di principi per noi quasi impensabili: la valutazione “etica” degli investimenti, l’asset-backing (legame della finanza con attività reali e tangibili), il divieto dell’interesse sui prestiti (sic!).

Oppure, senza andare lontano, basterebbe ricordare (e mettere in pratica) quanto scriveva Benedetto XVI nella sua Caritas in veritate (2009):  “Occorre adoperarsi non solamente perché nascano settori o segmenti «etici» dell’economia o della finanza, ma perché l’intera economia e l’intera finanza siano etiche e lo siano non per un’etichettatura dall’esterno, ma per il rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa natura”. E ancora: “Lo sviluppo economico si rivela fittizio e dannoso se si affida ai «prodigi» della finanza per sostenere crescite innaturali e consumistiche”.