di Virginia Avanzini

Il 20 ottobre 2015 il Lab#Idee ha incontrato Marco Balzano: dibattito su immigrazione ed educazione nelle splendide sale del Museo Bagatti Valsecchi di Milano.

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Avere la possibilità, oggi, di fare esperienza di una letteratura che non si chiude in se stessa ma che si apre e va incontro alla gente è un bel messaggio di speranza per l’arte. L’ultimo portavoce italiano di questo messaggio si chiama Marco Balzano e ha alle spalle «un percorso di una banalità sconcertante»: voleva «scrivere e insegnare» – e oggi, per l’appunto, scrive e insegna. E lo fa con successo: con L’ultimo arrivato ha vinto il Premio Campiello 2015, tra i maggiori riconoscimenti per la narrativa italiana; e, ci dice, «come insegnante mi sento molto amato: alla premiazione avevo una bellissima claque di studenti che si sono presentati al Teatro La Fenice senza dirmi niente, cercando di sfondare i cancelli come se fossero a un concerto di Bruce Springsteen».

Grazie alla collaborazione con l’Associazione Speechati, fa da sfondo a questo incontro Lab#Idee il Museo Bagatti Valsecchi , un gioiello meneghino quasi segreto – «e questo rende l’idea di Milano come città che non ti sbatte in faccia la propria bellezza: devi sempre andare a cercarla, in una dimensione di “corteggiamento” con la città» commenta Marco.

Gli ultimi arrivati

Protagonista de L’ultimo arrivato è Ninetto, un picciriddu di nove anni che lascia la Sicilia con un amico di famiglia per cercare fortuna nella Milano del boom economico degli anni ‘60. Il romanzo parla di emigrazione infantile, un fenomeno piuttosto consistente negli anni delle migrazioni massive dal Mezzogiorno verso il triangolo industriale di Milano-Genova-Torino, e così vicino a noi che i suoi protagonisti sono ancora vivi. «Sono andato a intervistarne qualcuno, persone che avevano tra i 10 e i 13 anni quando sono emigrate e che oggi ne hanno circa 70. Non ho portato con me né carta né penna e ho fatto sì che i loro racconti, tutti insieme, si confondessero in me, e che da questo impasto nascesse Ninetto – un personaggio che è frutto di fantasia ma che allo stesso tempo rispecchia le storie che ho ascoltato».

Perché al nostro ospite interessa non tanto raccontare la storia con la “s” maiuscola – quella dei manuali – ma quella che ci si passa di bocca in bocca, quella delle persone che nei libri di storia non ci sono ma che la storia l’hanno fatta. «Scrivere questo libro mi ha dato l’illusione di dare una voce a chi non l’ha avuta. Ed è stata una bella illusione».

Leggendo le pagine di Balzano, è immediato il richiamo alle migrazioni tragiche che soprattutto negli ultimi mesi sono tra le emergenze più impellenti e drammatiche. Ma se le analogie evidentemente ci sono – «trovo che l’emigrazione sia una metafora molto efficace della legittima spinta di ognuno di noi a migliorare la propria sorte, a ricercare una felicità hic et nunc» – il romanzo non intende banalizzare il confronto tra chi parte oggi e chi partiva negli anni ’60: sarebbe una semplificazione triste e grossolana. L’intento di riportare alla nostra attenzione il tema delle emigrazioni infantili è piuttosto quello di stimolare nel lettore un’azione di rispecchiamento che lo aiuti in qualche modo a interpretare passato e presente: in quello che sono vedo quello che ero, in quello che ero vedo quello che sono.

Questo è lo sforzo che anche Ninetto cerca di fare nelle ultime pagine del libro, che termina ai giorni nostri intorno a quei palazzoni che oggi non accolgono più i “Ninetto” ma i nuovi ultimi arrivati, che provengono da un sud ancora più profondo, che fuggono non solo dalla miseria ma da guerre e dittature, in un esodo senz’altro più complesso, massiccio, difficile.

Praticare la letteratura, oggi

«Lo scrittore e l’insegnante sono persone che hanno in comune l’attenzione per le parole e la voglia di divulgarle – che sia a una classe o a un pubblico più ampio». Per Marco insegnare e scrivere letteratura sono un modo di abitare il mondo con un riguardo particolare all’altro e una grande disponibilità all’ascolto. «Non credo si possa essere buoni scrittori e buoni insegnanti senza avere una sviluppata capacità di ascolto, prima ancora che di osservazione. Per me scrittura e insegnamento sono sempre state attività volte non a chiudersi in se stesse, ma a trasformare le parole in ponti per conoscere e arrivare meglio alle vite degli altri. Perché non sono affatto convinto che le storie si inventino del tutto; penso che nella maggior parte dei casi le storie aleggiano intorno a noi».

Ne L’ultimo arrivato, una funzione importante ha l’insegnante delle elementari di Ninetto (il maestro Vincenzo, personaggio della biografia di Balzano): “Il maestro Vincenzo me lo vedo in cielo che insegna agli angeli, oppure nel limbo a quelli sbattezzati perché a lui piaceva lavorare nei posti difficili ed era convinto che dove c’è più miseria, lì c’è più bisogno di scuola”. E se è facile interpretare la motivazione di un educatore nella Sicilia del 1959, dove i bambini possono smettere di andare a scuola da un giorno con l’altro per aiutare la famiglia a lavorare nei campi, paradossalmente non è banale vivere con entusiasmo l’insegnamento nella Milano del 2015, dove l’istruzione è un diritto dato quasi per scontato. «È vero che più aumentano gli stimoli, più è difficile trovare il modo di trasmettere l’amore per le storie, per l’arte, per le idee. Ma credo che su quest’ aspetto calzi a pennello la parabola del seminatore: parte dei semi cadrà sul terreno roccioso e andrà perduta, parte tra le spine e non fiorirà, ma una parte cadrà sulla terra feconda e darà frutto. Tu vai, parla. Ci sarà sempre la persona per cui, nonostante tutto, avrai fatto bene ad alzarti al mattino. E se un insegnante non crede in questo, è bene che cambi lavoro; perché i ragazzi riconoscono subito una persona cinica e si arrabbiano (e hanno tutte le ragioni per farlo)».

E allora, inevitabilmente, chiediamo a Marco quale segreto usa per trasmettere il gusto per la parola ai suoi studenti. «Da quando ho vinto il Campiello tutti pensano – chissà perché! – che io sia un insegnante bravissimo. In realtà, se veniste in classe, potreste ricredervi un po’ su questo» scherza Marco. «I miei studenti hanno ritmi piuttosto serrati: leggono un libro ogni tre, quattro settimane. All’inizio decido io quali; loro li leggono e cerchiamo di parlarne insieme. In prima battuta devo anche assicurarmi che leggano davvero il romanzo – se leggono La ragazza di Bube, per esempio, chiedo loro di raccontarmi di quando Bube passa coi fascisti ed emigra in Inghilterra (cosa che nel romanzo in realtà non accade!). E se loro si mettono a raccontare li becco, loro capiscono che sono meno sciocco di loro, e non lo fanno più. Inizialmente bisogna usare un po’ questi trucchetti e guadagnarsi la loro fiducia; perché senza fiducia non s’impara – nemmeno io, del resto, sarei disposto a imparare da una persona di cui non mi fido. Nel complesso, cerco di dare loro sia l’idea di cosa è un classico che di quello che oggi c’è nelle librerie. Poi mi faccio da parte e scelgono loro, perché ormai hanno le ossa forti ed è giusto che si formino un loro gusto – io non ho pregiudizi nei confronti di alcun genere narrativo. A me interessa lasciar loro la libertà di farsi un’opinione personale. E più ci si fa da parte e li si lascia camminare da soli più, secondo me, si rischia di aver fatto un buon lavoro».