di Andrea Brugora

colosseo

Passare col rosso, si sa, è pericoloso, ma anche segno di grande inciviltà. Lo fa solo chi non si cura del destino di quello che arriva da direzioni diverse. C’è però qualcosa di peggio: quello che conduce a 15 all’ora approcciando il semaforo (magari pure rallentando a 10) finché, vedendo il verde diventar giallo, accelera e finisce per passare col rosso. La differenza rispetto al caso base è chiara: questo il rosso se l’è creato da solo.

Alla base di questo atteggiamento, oltre alla stessa inciviltà di chi passa semplicemente col rosso, sta ancora prima una buona dose di pigrizia e la pretesa di improvvisazione: perché darsi da fare quando è verde, se anche col giallo in qualche modo riuscirò a passare?

Ovviamente, nulla di questo è esclusivamente romano: la mia trasferta estiva nella capitale mi ha permesso di capire che lì si accentua solo questo vizio di tutto il popolo italico, un popolo indubbiamente ricco anche di numerose e varie virtù. Non fosse che questo vizio costa caro: è un’eccellente strategia per perdere innumerevoli opportunità. Vale quindi la pena di rifletterci e provare a cambiare in meglio.

L’ultima opportunità Roma l’ha persa venerdì mattina: lasciar attendere tre ore i turisti spaesati fuori dal Colosseo per un’assemblea sindacale ha ridato ossigeno alla polemica aperta quest’estate dopo che il New York Times aveva accusato la città eterna di essere caduta in uno stato d’incuria e abbandono. La proverbiale ciliegina è stata l’errore sul cartello affisso all’ingresso, che indicava la riapertura per le “11 p.m.” anziché “a.m.”. Posso solo immaginare, più che lo sconforto, l’estremo stupore dei visitatori nell’apprendere che il sito archeologico più famoso al mondo avrebbe riaperto solo in piena notte.

Quest’ultimo e il caso largamente dibattuto del funerale dei Casamonica con elicottero armato di petali di rosa e note de “Il Padrino” sono solo episodi e vanno presi per quello che sono. Ha ragione Giuliano Ferrara quando afferma che i media, e non solo, esagerano riguardo a “mafia capitale” che di mafia ha poco o nulla e ha invece molto delle scorribande di quartiere. Non esiste quindi una “emergenza romana” di tipo criminale; piuttosto da troppo tempo si trascinano, a Roma solo un po’ più che nel resto d’Italia, piccoli costanti segni d’inciviltà. Che poi non è altro che questo: subordinare il bene di molti all’interesse di pochi.

Non si capisce altrimenti come possa venire in mente ai dipendenti del Colosseo di riunirsi in assemblea in orario d’apertura, e ai sindacati e a certi politici di prenderne le difese, considerando che si tratta di uno dei monumenti più visitati al mondo che attira un numero spropositato di turisti. Il voler far rumore chiudendo i battenti e destinando il paese intero a una magra figura è un chiaro segno di quanto poco valore si attribuisca all’interesse collettivo, come se fosse cosa di nessuno, e non cosa di tutti.

Nella polemica sulla capitale non ha molto senso schierarsi con una parte, né con quella che ne grida la sporcizia, né con quella che ne canta la bellezza. Sono entrambe verità incontrovertibili, per constatarlo basta andarci.

Chi si lamenta del degrado di Roma ha ragione, e chi ci vive sa che è peggio di dieci anni fa. Roma soffre davvero di eccesso di tolleranza per certe brutture commerciali, di un turismo di massa e aggressivo che ne mette a rischio la conservazione, della noncuranza della politica e dell’opportunismo di certi “imprenditori”, e qualche volta anche – bisogna ammetterlo – del non rispetto delle regole da parte dei suoi abitanti (basta pensare alla sconcertante abitudine di parcheggiare in doppia fila). Se così non fosse gli studenti che hanno realizzato il censimento del degrado #romanunfalastupida non avrebbero trovato (e documentato) tanto pane per i loro denti.

Altrettanto vero è che, nonostante tutto questo, Roma rimane una delle città più belle del mondo, se non la più bella. Non é neppure vero che si lavori poco o male: un’estate dietro le quinte del Ministero dell’Economia e delle Finanze mi ha fatto incontrare nella solitamente denigrata Pubblica Amministrazione tante persone di estremo valore, sopratutto in posizioni dirigenziali. Molte di queste si chiedono ogni giorno come possono fare qualcosa in più per meritarsi lo stipendio che ricevono dallo Stato e aiutare il nostro Paese a migliorare. Non ha tutti i torti chi afferma che non giova denigrare sempre quello che abbiamo in casa, quando spesso all’estero le cose non vanno poi molto meglio e se ne parla solo di meno.

Ma è qui che ci interessa la sindrome da semaforo giallo: basta che Roma sia tutto sommato sempre bellissima per non averne cura? Ci possiamo accontentare? Io penso di no. Roma non potrebbe essere sì bella ma anche pulita e ordinata? Perché dobbiamo rassegnarci a rischiare di passare col rosso?

Nel tempo mi sono convinto che la stessa medicina possa curare sia l’inciviltà diffusa sia la sindrome da semaforo giallo. Come antidoto basterebbe un po’ più di attenzione a non calpestare il lavoro e la vita degli altri.

Basterebbe, per alleviare il traffico che soffoca Roma, che ci si rendesse conto che per ogni auto in doppia fila c’è un punto in cui la strada si stringe e si crea un imbuto. Basterebbe, a migliorare l’impatto delle riforme, che gli uffici si chiedessero più spesso se una riforma è buona piuttosto che a quale Ministero andranno i meriti. Basterebbe capire che non ci siamo solo noi, ma che viviamo in una collettività.

Adottando quest’attitudine anche la sindrome da semaforo giallo sarebbe debellata: se ciascuno avesse presente non solo il proprio interesse, ma anche le esigenze altrui, non si metterebbe a rischio la reputazione della propria collettività per un filo di egoismo. Sarebbe bastato ai dipendenti del Colosseo capire che avrebbero potuto ottenere le proprie rivendicazioni in un altro orario, senza procurare una figuraccia mondiale al nostro Paese.

In questo senso ha colto nel segno Alessandro Gassman, criticato da alcuni e da altri applaudino per aver lanciato l’hashtag #romasonoio. Le città e la società tutta é il risultato di tutte le azioni dei singoli: #Romasiamonoi .

La medicina è insomma capire che la collettività in cui viviamo, sia essa il posto di lavoro, la città o il nostro Paese, funzionerebbe meglio se diventasse una comunità, cioè un posto in cui tutti hanno presenti anche i bisogni degli altri. Proprio quelli che le regole tutelano, quando sono fatte bene. Una lezione cruciale per chi ha la responsabilità di Roma, ma anche per tutti noi italiani pieni di pregi che potremmo guadagnare tanto togliendoci questo piccolo e costoso difetto.