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di Andrea Campiglio

Questo è il titolo che si è voluto dare all’incontro del Laboratorio delle Idee tenutosi nella serata di giovedì 21 aprile, per approfondire le tematiche inerenti il mondo islamico e il Medio Oriente.

Quali siano le armi del terrorismo  è fin troppo noto: non solo ordigni esplosivi e attentati, ma un più generale senso di paura e di angoscia; una certa diffidenza verso chi è, o solo appare, diverso; il sottile timore che da qualche tempo tutti proviamo quando siamo ad eventi affollati o sui mezzi pubblici.

L’obiettivo del terrorismo non è semplicemente fare vittime, ma farci vivere in un costante stato di allarme e di sospetto, finalizzato a creare un solco sempre più profondo tra occidente e Islam. Islam inteso unicamente come lo intendono i terroristi, ovviamente.

Di fronte a questo clima, le armi fisiche possono costituire l’unica risposta? O a fianco di esse, per soddisfare una giusta richiesta di sicurezza è necessario anche l’uso di altre “armi”, cioè le armi della cultura?

Convinti della bontà di quest’ultima posizione, perché ci potessero aiutare a capire meglio come la cultura può essere una valida risposta, ci siamo rivolti a tre ospiti altamente qualificati: il professor Paolo Branca, docente di Lingua e Letteratura Araba presso l’Università Cattolica di Milano e Presidente della Società Studi Medio Oriente; il Maggiore Nicola Melidonis, Comandante della sezione del R.O.S. del reparto anticrimine di Milano, esperto di antiterrorismo e veterano di Balcani e Iraq (e testimone dell’attentato di Nassiriya); e il professor Arturo Varvelli, responsabile dell’Osservatorio sul Terrorismo dell’ISPI, docente di Storia e Istituzioni dei Paesi Islamici presso lo IULM.

È difficile riassumere in poche righe la quantità e la complessità delle dinamiche e delle situazioni che ci sono state descritte, e farne un sunto non renderebbe giustizia ai nostri ospiti, ci limitiamo perciò a isolare qualche possibile “arma culturale” che possiamo usare in nostra difesa:

  • le sfumature. Il mondo non è solo bianco o nero. Non è Isis o Occidente. Esiste una serie di infinite sfumature storiche e politiche, sviluppatesi nei secoli e  che legano le sponde del Mediterraneo.  Non esiste un unico Islam. Questo è quello che vogliono far credere i terroristi, secondo cui esistono solo infedeli e Islam (quest’ultimo sarebbe ovviamente degnamente rappresentato solo da loro). L’Isis fa di questa estrema semplificazione un mezzo di propaganda e radicamento delle masse, e nel momento in cui noi prendiamo per buona questa equazione (Isis = Islam = terrorismo) stiamo facendo esattamente il loro gioco.
  • interesse per l’altra sponda del Mediterraneo. La Libia è stata colonia italiana e per molti Italiani è stata a lungo la propria casa. Tuttora abbiamo forti interessi strategici ed economici in Libia. Eppure gli esperti di Libia in Italia non sono più di mezza dozzina. Non c’è dubbio che questa disinformazione sia tra le cause dell’odierna situazione politica. Per cui è necessario interessarsi e approfondire quelle realtà che si trovano a soli pochi chilometri dalle nostre coste. Abbiamo solo da guadagnarci.
  • attenzione alle comunità islamiche presenti nel nostro Paese e alle loro richieste. La tendenza è quella ad ascoltare e accondiscendere solo ai gruppi che hanno maggior visibilità, e non a  valorizzare quelli che realmente si impegnano per creare un clima di dialogo e di conoscenza reciproca (il caso della comunità di viale Jenner a Milano è un triste esempio)
  • leggi. Che vanno rispettate. Non si può cedere su questo punto. L’accoglienza non prevede l’accettazione di pratiche per noi estranee e inaccettabili, come poligamia o infibulazione. In un dialogo corretto il rispetto per le nostre regole e tradizioni è irrinunciabile. Così come allo stesso modo è insensato togliere immagini religiose e festività cristiane. Tanto più che il Natale è festa in molte nazioni a maggioranza islamica e molti islamici frequentano senza problemi scuole e Istituti cristiani, sia in Europa che nel mondo arabo.

In conclusione ecco il nostro invito: armiamoci con le nostre armi culturali e partiamo, cercando il più possibile di comprendere appieno questa realtà così composita, complessa e affascinante, stabilendo sempre più ponti culturali.

Non c’è arma che i terroristi temano di più.