di Francesco Migliarese

Padre Ibrahim Alsabagh

Padre Ibrahim Alsabagh, 44 anni, sacerdote francescano, è parroco della parrocchia di San Francesco d’Assisi ad Aleppo, in Siria. Il suo intervento all’ultimo Meeting di Rimini ha sorpreso e commosso molti; vi consiglio di ascoltarlo dalla sua viva voce cliccando qui (dal minuto 32 circa), saranno 40 minuti ben spesi.

Padre Ibrahim racconta la situazione di Aleppo, da tempo precipitata nel caos più totale insieme al resto della Siria. Una città divisa in decine di parti, ciascuna sotto il controllo di opposte fazioni di miliziani e gruppi jihadisti. I benestanti se ne sono andati quasi subito, in città rimane solo la povera gente che non ha mezzi per scappare. Chi è rimasto patisce ogni sorta di mancanza. Secondo padre Ibrahim “è come nel libro dell’Apocalisse, che ora medito quasi ogni giorno: in maniera imprevedibile e improvvisa irrompono i tremendi cavalli della violenza, delle malattie, della fame, della sete, della morte”. In città i bombardamenti sono continui, e colpiscono indifferentemente combattenti e civili, moschee e chiese. La parrocchia e il convento di padre Ibrahim si trovano a 60 metri dalla linea del fuoco e sono continuamente sotto tiro. Per il momento non sono stati colpiti, ma tante altre chiese sono già state distrutte negli scorsi mesi (Aleppo prima della guerra era uno dei maggiori centri cristiani del mondo arabo, con oltre 300.000 cristiani delle diverse confessioni). Le derrate alimentari scarseggiano e il costo del cibo si fa elevatissimo, tanto che comprare carne, formaggio e latte è quasi impossibile. Le strutture sanitarie sono al collasso, ormai prive di medici e di medicine. Ma la mancanza più micidiale, che si è acuita negli ultimi mesi, è la carenza di acqua. I jihadisti hanno preso il controllo delle pompe dell’acqua potabile e riversano l’acqua nel fiume piuttosto che farla arrivare nelle case. La sete è tremenda, in un mese e mezzo ci sono stati appena otto giorni in cui ha funzionato la fornitura dell’acqua. Tanti, bevendo acqua non potabile per calmare la sete, si sono ammalati e non possono essere adeguatamente curati.

La dignità umana in questa situazione è completamente lesa e calpestata. La risposta dei frati, che pure subiscono le medesime paure e sofferenze, non può essere solo passiva ma deve farsi attiva e “creativa”, ispirata dalla fede in Cristo: “Nel momento della grande croce bisogna imparare da Cristo, che durante la sua crocifissione durata tre ore ha saputo pensare agli altri e al loro futuro: ha pensato a Giovanni, a Maria, ai suoi compagni di patibolo (il buon ladrone), addirittura ai propri persecutori, elargendo loro il perdono anche se non lo chiedevano”, dice padre Ibrahim.

Non sono solo parole. I frati hanno aperto le porte del proprio convento a musulmani e cristiani, e mettono a disposizione il proprio pozzo (che è autonomo e al quale ancora si può attingere acqua potabile). Non solo, ma affittano a proprie spese camioncini, autisti, cisterne e pompe, cercando di far arrivare l’acqua in giro per la città alle migliaia di persone che ne hanno bisogno (un lavoro improbo, quotidiano). Per i tanti anziani lasciati soli o abbandonati hanno riunito un gruppo di giovani volontari che li supportino soprattutto nell’approvvigionarsi d’acqua. I frati in prima persona aiutano i malati, trasportano l’acqua, soccorrono chi chiede aiuto; e ogni giorno nella loro comunità si prega per i terroristi che uccidono, mutilano, seminano terrore; si offre loro il perdono. “Ogni tanto penso a me stesso e sorrido”, dice padre Ibrahim; “quando ho deciso di fare il frate mi piaceva molto leggere e studiare, mi attiravano le grandi riflessioni teologiche e filosofiche… oggi mi ritrovo a fare il pompiere, l’infermiere, il badante, e quando avanza tempo il sacerdote. E questo è bellissimo! Lo Spirito ti cambia e ti chiama a servire in un modo che tu non avresti potuto immaginare”.

In questa situazione disperata molti cristiani se ne sono andati, disposti anche a gettarsi nel mare pur di scappare, altri terrorizzati sperano di poterlo fare al più presto. Ma molti vivono invece la propria presenza di cristiani come una vera e propria missione. “La nostra presenza lì è una missione, e non ci arrendiamo: amiamo di più, perdoniamo di più, testimoniamo di più!”, dice padre Ibrahim con la voce rotta. La commozione di fronte alla trasparenza e alla bontà di questo frate è ormai palpabile, e viene sottolineata da un lungo applauso.

E conclude: “Paradossalmente nel mezzo di tutta questa mancanza, mancanza di tutto, noto che si risveglia in noi una grande gratitudine per piccole cose che normalmente non notiamo. E si risveglia anche nelle persone una grande ricerca di Dio, un grande anelito, segno evidente della risurrezione”.

Una testimonianza ricchissima, capace di risvegliare in tutti, anche nei non credenti, il senso di una grande dignità e forza e il desiderio di una maggiore generosità personale e collettiva, orizzonti che la società europea ha vitale bisogno di riscoprire.