di Alberto Furlani

La nuova riforma costituzionale, approvata lo scorso 12 aprile in seconda lettura alla Camera con 361 voti a favore e 7 contrari, si propone di modificare in maniera piuttosto consistente l’assetto politico-istituzionale del nostro Paese: detta «Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione».

Questo disegno di legge costituzionale – piuttosto complesso e di difficile lettura – ha suscitato non poche perplessità, tanto nelle modalità con cui si è giunti alla sua approvazione, quanto nel merito di alcuni suoi contenuti. A ciò si aggiunga la tecnica legislativa di pessima fattura, la quale rischia di comportare – al di là di ogni questione formale – anche problemi di carattere interpretativo e di coerenza sistematica.

In base al nuovo assetto previsto dalla riforma, solo i membri della Camera dei deputati rappresentano la Nazione e votano la fiducia al Governo. La funzione legislativa è esercitata principalmente dalla Camera, anche se il Senato riformato vi concorre «nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione» (articolo 55, comma 5). La legge elettorale per la Camera è il c.d. Italicum (legge 52 del 2015), sistema elettorale proporzionale che prevede l’attribuzione di un consistente premio di maggioranza (340 seggi, equivalente al 54%) alla lista in grado di raggiungere almeno il 40% dei voti o, in caso contrario, alla lista più votata al ballottaggio (secondo il cosiddetto sistema majority-assuring).

Il Senato della Repubblica – che «rappresenta le istituzioni territoriali»  – è composto da 100 senatori, 95 dei quali sono consiglieri regionali e sindaci; i 5 restanti, invece, sono di nomina presidenziale. I primi vengono eletti «con metodo proporzionale» dai Consigli regionali (articolo 57, comma 2), «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo» degli organi di provenienza (articolo 57, comma 5) e la durata del loro mandato coincide con quella degli organi di cui già fanno parte. La legge elettorale del Senato dovrà essere approvata da entrambe le Camere, entro 6 mesi dalle prime elezioni della nuova Camera dei deputati.

I cittadini, pertanto, non eleggeranno direttamente il Senato, potendo tutt’al più esprimere una sorta di “preferenza” in occasione delle elezioni regionali. Si tratta di una scelta discussa, per giunta accompagnata da una formula legislativa dubbia dal punto di vista interpretativo (le “scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri” sono vincolanti al punto tale da rendere l’elezione dei medesimi ad opera dei Consigli regionali una mera formalità oppure no?). Inoltre, a fronte del mantenimento del numero dei deputati a 630, la riduzione dei senatori a 100 appare una discrepanza notevole dal punto della effettiva rappresentatività delle istituzioni territoriali che questo nuovo Senato potrebbe avere.

I consiglieri regionali ed i sindaci non percepiranno nessun tipo di indennità per l’incarico di senatore (articolo 69). Una impostazione di questo tipo, a fronte all’accumularsi di incarichi istituzionali di per sé incompatibili con quelli più preminenti derivanti dall’appartenenza agli enti territoriali di provenienza, getta ragionevoli dubbi sull’impegno che essi realmente metterebbero nell’incarico di membro del Senato: nessun consigliere regionale o sindaco totalmente dedito alla propria funzione principale sarebbe veramente incoraggiato a svolgere con altrettanto zelo l’ulteriore incarico di senatore; al contrario, i consiglieri regionali e i sindaci “meno onesti” – per non dire sottoposti ad inchieste di una certa gravità – potrebbero trovare allettante la prospettiva di godere delle immunità parlamentari ex articolo 68, anche se non percepissero alcuna indennità.

In merito a tale questioni gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi in occasione del referendum costituzionale di ottobre, che avrà valore indipendentemente dal numero di persone che andranno a votare (questo tipo di referendum non necessita il raggiungimento del quorum).