di Edoardo Cefalà

Negli ultimi tempi, complice il maggior interesse dei media suscitato da alcune prese di posizione della società civile, si è finalmente incominciato a discutere di TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership).

Il TTIP è l’accordo bilaterale USA-UE che ha come principale obiettivo quello di creare una enorme area di libero scambio, di cui abbiamo già parlato in occasione del’East Forum a Roma, cui alcuni associati del Lab hanno partecipato.

Decenni di politiche liberoscambiste del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) hanno determinato l’abolizione di quasi tutti i dazi doganali generando sicuramente un mondo molto più economicamente libero. La libertà di commercio risulta tuttavia ancora limitata dalle barriere non tariffarie come standard produttivi e specifiche norme nazionali. Il TTIP mira a determinare una sostanziale omogeneizzazione degli standard così da creare un’unica area commerciale, forse la più grande al mondo.

Qualche mese fa Greenpeace ha pubblicato le bozze, prima di allora segrete, dell’accordo. Sono diverse le critiche mosse all’accordo, ma la critica sicuramente più incisiva riguarda il potenziale pericolo per i cittadini europei derivante dall’abbassamento degli standard dei prodotti e le eventuali ricadute sulla salute. La bozza dell’accordo non menziona alcuna misura in favore dell’ambiente e soprattutto non menziona il principio di precauzione.

Ne deriva quindi che le imprese potranno immettere nel mercato i loro prodotti senza aver prima dimostrato la sicurezza degli stessi. Si deve però riconoscere che l’articolo 191 TFUE prevede questo principio e quindi le imprese americane non sarebbero in teoria esonerate dal rispettarlo. Se ciò è vero, rimane pur vero che tale principio può essere superato nei fatti: chi immette prodotti sul mercato senza tener conto della precauzione potrebbe aprirsi la strada ricorrendo a decisioni di tribunali, e il risultato sarebbe una riduzione delle tutele ambientali e sanitarie che sono fondamentali per una vita degna. Strumenti come l’ISDS (investor-state dispute settlement mechanism) o l’ICS (Investment Court System) svolgono esattamente la funzione di cavallo di troia e potranno permettere a grandi imprese multinazionali di vendere prodotti dannosi a ignari cittadini europei.

Una seconda importante critica del TTIP risiede nella semplice constatazione che alle imprese multinazionali è stata concessa la possibilità di intervenire nel processo decisionale già dalle prime fasi, privilegio non concesso ad alcuna organizzazione della società civile.

La dottrina liberoscambista giustifica il TTIP “argomentando” che maggiore libertà di scambio aumenta sempre il benessere dei cittadini e determina una crescita del PIL. Questa tesi non sempre si rivela corretta: se è vero che il PIL potrebbe crescere grazie al TTIP, è altrettanto possibile che il benessere dei cittadini ne risenta negativamente. Potrebbero infatti derivarne danni ambientali e sanitari anche ingenti e un forte impatto sulle piccole imprese.

La crescita economica non è di per sé un buon indice del successo di un Paese: può essere prodotta a discapito delle norme ambientali e della salute dei cittadini, e può determinare una ulteriore concentrazione del capitale nella mani di pochi, con preoccupanti effetti negativi sui processi democratici.

Se si vuole giudicare l’impatto del TTIP non è possibile invocare a proprio favore un indice così riduttivo come il PIL. Serve invece uno sguardo diverso che consideri la persona e il sistema economico nella sua interezza. Affinché questo nuovo sguardo possa emergere, è necessario rigettare una visione economicista che antepone il profitto delle grandi imprese a scapito di tutto il resto.

Una soluzione potrebbe anche essere ridare spazio in sede decisionale alle associazioni di liberi cittadini e alle piccole imprese, per evitare che questi vengano sempre più espulsi dalla società. Un mondo più libero non passa solo dalla libertà di circolazione delle merci, ma dalla misura in cui i cittadini sono messi nella condizione di esercitare le proprie libertà pubbliche e vivere una “vita riuscita”.