di Andrea Brugora e Edoardo Grossule

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All’emergere della notizia sulla truffa di Volkswagen a danni di milioni di consumatori e cittadini inconsapevoli in tutto il mondo alcuni (soprattutto in patria) hanno reagito con dispiacere, altri con gioia di rivalsa sul “precisionismo” tedesco. Nessuno però ha potuto fare a meno di stupirsi: dal Paese che più ha fatto delle regole il proprio irremovibile cavallo di battaglia e dell’attenzione all’ambiente la propria proposta al mondo è arrivata la più grande violazione deliberata delle regole in generale, e di quelle ambientali in particolare. La domanda sorge spontanea: come è potuto accadere?

Non è certo questo il primo o più grave scandalo ambientale della storia, ma ci sembra superficiale pensare che il mondo si divida in buoni e cattivi. Piuttosto, esistono incentivi a comportamenti sbagliati che possono portare a costi enormi come quelli che dovrà sostenere la Volkswagen ritirando o aggiustando le auto non a norma. E come interpreta bene Julia Roberts in Erin Brockovich, esistono persone che hanno il coraggio di andare contro al proprio tornaconto che questi incentivi implicano, e altre che preferiscono adattarsi.
La nostra opinione è infatti che casi come quello della Volkswagen siano il risultato diretto di incentivi scorretti costruiti su quello che i dizionari chiamano efficientismo, una errata e in buona parte superata ma sfortunatamente diffusissima concezione dell’efficienza che contrariamente a quanto si possa pensare porta più guai che altro o, per dirla da economisti, più costi che benefici.
Ormai l’avrete capito, le parole che finiscono in –ismo non ci piacciono molto in generale, perché denotano una sorta di tifoseria intellettuale per un singolo punto di vista delle questioni che non permette di analizzarle nella loro interezza e complessità, cioè da tutti i punti di vista che meritano di essere presi in considerazione. Un po’ come emerge dal dialogo tra Scalfari e Andreotti del film “Il Divo” le questioni della vita reale sono solitamente “più complesse” di quel che gli –ismi portino a credere.

Per tornare all’efficientismo, è quell’atteggiamento che si riconosce in chi sacrificherebbe al dio dell’efficienza qualunque altra ragione, comprese quelle valide, per una non precisata credenza che l’efficienza (intesa solitamente nel senso di riduzione dei costi) corrisponda al bene assoluto e presenti sempre un indiscusso vantaggio per tutti. In parole povere, se una carota costa meno per un efficientista sarà migliore, indipendentemente dal fatto che una carota più costosa possa essere più buona o di migliore qualità.
A prima vista un atteggiamento di questo tipo potrebbe sembrare insostenibile e poco diffuso tra le persone. Tuttavia se si va a guardare come funzionano gli incentivi ai manager delle grandi società, si vede che spesso vengono premiati i vantaggi di costo indipendentemente da quello che implicano: se riesci a fare questo spendendo meno, l’azienda ti premierà con un bonus. Se poi dovrà pagare una multa miliardaria (18 miliardi nel caso di Volkswagen, e sono dollari, non lire!) perché hai barato, non è contemplato dal meccanismo di attribuzione dei premi. Un caso analogo si ebbe per il caso BP nel Golfo del Messico, quando alcuni manager insistettero per affrettare la perforazione di alcuni pozzi contro il parerei dei tecnici per non disattendere i propri obiettivi di risultato fissati dall’azienda. Sappiamo tutti come andò a finire: con enormi costi sia ambientali sia economici, che oltre a mettere a rischio il futuro della stessa BP in buona parte vennero sostenuti dalla collettività.

Tutto questo si traduce in costi che, sebbene non visibili dal punto di vista efficientista, esistono eccome. In pratica cercare l’efficienza a tutti i costi anche quando non si può andare oltre porta alla fine a sostenere dei costi molto maggiori di quelli che si volevano ridurre. Basti pensare ai 18 miliardi che dovrebbe pagare Volkswagen solo negli Stati Uniti, che non sono un capriccio dell’autorità garante, ma il corrispettivo costo che la truffa implica per la collettività.

Quale paradigma di efficienza dovremmo quindi sostituire, non solo idealmente ma nei fatti (incentivi ai manager compresi), a quello efficientista? In esso vi sono almeno due errori grossi da correggere: il fatto che porti a nascondere gli errori e a privilegiare una ottica di breve periodo su quella di lungo.
La risposta al primo viene dalla mentalità kaizen giapponese, che è una teoria aziendale e non ha niente a che fare con lo zen. In quest’ottica i difetti sono sintomi di problemi nel sistema produttivo, e vanno fatti emergere piuttosto che nascosti.
Un’altra risposta, più articolata, possiamo ricavarla da una lettura attenta del dibattito che si è sviluppato intorno al concetto di Corporate social responsability (responsabilità sociale dell’impresa).

La struttura corporativa, in particolare la separazione tra proprietà e controllo, delle società di capitali e il conseguente conflitto – rectius rapporto di agenzia – che nasce tra i manager e i soci porta a chiedersi quali siano gli obiettivi economici e non, che un’impresa così organizzata debba perseguire.
La risposta a questo quesito è dirimente se vogliamo pensare agli strumenti giuridici o incentivi che possono essere implementati allo scopo di allineare il più possibile gli interessi dei manager agli interessi propri degli azionisti.
Se poniamo il profitto degli azionisti come interesse primario, è evidente che i manager dovranno trovare in questo obiettivo anche il “loro” interesse. Strumenti come le stock option possono dunque trovare una loro ragione.
L’esperienza però ci sta dimostrando come spesso incentivare i manager a far crescere il solo valore azionario può costituire un rischio notevole: spinti ad intraprendere operazioni solo di breve periodo sacrificano l’interesse ad una gestione più prudente che può valorizzare l’impresa nel lungo periodo. Tutto questo può creare un danno e per gli azionisti e per gli stakeholder dell’impresa.

Questa premessa è utile per mettere in dubbio la relazione diretta tra efficienza e profitto immediato (per gli azionisti). Il successo di un’impresa, specie in un mondo sempre più competitivo, dipende anche da come l’impresa cura le relazioni con la “società”.
Le teorie sulla responsabilità sociale dell’impresa, nei loro sviluppi più recenti, tendono ad indentificare l’obiettivo dell’impresa con l’accrescimento non del valore azionario, ma più in generale del valore che questa assume verso “i portatori di interesse” (c.d. stakeholder).
Da questo punto di vista, l’idea che l’impresa abbia dei doveri nei confronti di un pluralità di soggetti, e non solo di manager e azionisti, non contrasta con un concetto di efficienza che non ponga al centro la sola prospettiva di accrescimento reddituale immediato dei soci. Per essere più concreti, oggi il capitale reputazionale di un impresa, che certamente dipende dalla qualità delle proprie relazioni con la società civile, assume un peso rilevante in termini di valorizzazione dell’impresa stessa e il caso Volkswagen in commento lo dimostra. L’efficienza dunque non è più commisurabile in relazione ai soli rapporti endo-sociateri, ma dipende ultimamente dalla capacità dei gestori di valorizzare anche i rapporti extra-societari. La responsabilità sociale di un’impresa si risolve, dunque, in un attributo gestionale, cioè̀ in una serie di pratiche che l’impresa adotta in modo da rendere occasioni di miglioramento gestionale e di differenziazione le complesse richieste provenienti dell’ambiente esterno. Efficienza dell’impresa significa non necessariamente uno, ma diversi equilibri fra gli interessi coinvolti.

Tutto questo però senza necessariamente voler dare una lettura negativa del profitto, che necessariamente rimane lo scopo-fine dell’impresa lucrativa e ragione che, da sempre, incentiva molti ad assumersi dei rischi creando ricchezza. A cambiare è il paradigma sottostante l’efficienza e conseguentemente le modalità con cui le persone che amministrano l’impresa cercano di raggiungere il profitto.
D’altro canto già Milton Friedman ammoniva che la responsabilità sociale per l’impresa rimane incrementare i profitti, sono piuttosto le persone ad avere delle “responsabilità” e, in particolare, di perseguire il profitto conformemente alle regole base della società civile, fissate sia nelle legge che, specialmente, nell’etica. Limiti entrambi purtroppo travalicati dal management della società tedesca in nome probabilmente di un’idea di efficienza ormai ampiamente superata.